Félix Guattari, Psicoanalisi e trasversalità. Saggi di analisi istituzionale

Questo libro rappresenta quindici anni di riflessione sull’incidenza della psicoanalisi: nel campo dell’igiene mentale e della psichiatria, sulla crisi burocratica e riformista delle organizzazioni della classe operaia – crisi legata alla capacità di recupero del capitalismo monopolistico dello stato – sui problemi posti dalla ristrutturazione del movimento rivoluzionario a partire da nuove basi soggettive.

Un tema centrale attraversa i testi qui riuniti: la promozione di un metodo di analisi istituzionale. Ma una tale impresa non avrà senso se non quando arriverà a superare ognuno degli strati separati che costituiscono le scienze sociali e umane. È un principio di trasversalità che deve avvicinare e unificare la funzione dell’analista a quella del militante. La problematica della rivoluzione si trova intrinsecamente legata a quella di una revisione radicale delle concezioni e dei metodi che sono usati nel campo dell’analisi.

Tutto quello che si fa in gruppo non è per forza meglio di ogni altra cosa; altrimenti si fa del gruppo una religione! La vita in gruppo, può provocare degli effetti nocivi: si prende come pretesto l’altro per lasciar andare le cose e ci si ripiega tranquillamente su se stessi. Si può regredire in gruppo. È la divisione del lavoro a ritroso. Lavorare in gruppo, è tutta un’altra cosa.

Bene, tutto ciò per dire che bisogna diffidare e non cadere nella pania dei “gruppisti” di ogni tipo, e Dio sa quanti ce ne sono in questo momento, specialmente nel nostro campo. Tuttavia ci si serve sempre di gruppi di malati a La Borde!

Si utilizza forse il male contro il male? Gli individui sono persi in se stessi, incapaci di ritrovarsi, di ricomporsi, di vedersi crescere. Aspirano a qualcosa che li superi, nel quale potersi inscrivere e partendo dal quale potersi ritrovare. Invece di lasciarli ululare alla luna, cosa vuoi mai, si dà loro del gruppo a sazietà! Ed è sicuro che funziona perché la maggior parte di loro è contenta! Ne vogliono ancora. Non vogliono più andar via. Ritornano. Raccontano questo ovunque. Non c’è da perdere la testa! È il minimo dopo tutto, fare questo per la gente!

Dare da mangiare, dare un’educazione, delle buone maniere, delle vitamine, vaccinare la gente, dare delle cure, dei divertimenti… un po’ di gruppo, è normale! Fa parte delle necessità del mondo moderno. Come dice spesso Oury, a questo proposito, se si chiama tutto questo della psicoterapia, bisogna anche ammettere che il primo fornaio che incontri, al primo angolo di strada, fa meglio di noi senza fare tante storie, tanti congressi e tante riviste…

Allora mi fermo qui! Più niente da dire?

Ho pensato che si potrebbe introdurre una nuova nozione, per capirsi meglio, quella della consistenza soggettiva.

In due la psicoterapia non funziona molto bene, funziona qualche volta, ma in casi particolari, bisogna trovare dei tipi che hanno una zucca un po’ particolare. Freud diceva che occorre un certo livello – avrebbe dovuto aggiungere un certo livello sociale – per farsi psicanalizzare. A La Borde, chiaramente, non si è mai in due, ci sono sempre gli altri dietro, è un caso che non ascoltino alle porte! In mille, non è che funzioni molto meglio: mille persone nella sala dei passi perduti, stazione Saint-Lazare…

Quando c’è la rivoluzione funziona. Ma è raro… E poi non dura mai molto.

Si deve avere una cifra intermedia, un buon criterio per fissarla, è a ciò che mira questa nozione di consistenza.

La famiglia, non è che sia sbagliato il numero in sé, ma lì non funziona per altri motivi: la famiglia non è composta da persone che possano parlare tra loro. È un miscuglio in cui nessuno si ritrova. Si parla là dentro, ma non si sa mai molto bene da dove vengono le parole: tutti sono il portaparola di tutti, e in fin dei conti, è forse la voce degli antenati che continua a insinuarsi. No, non è sano! In ogni caso, raramente è psicoterapeutico!

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