Georges Didi-Huberman, Sentire il grisou

La domanda che Georges Didi-Huberman pone all’inizio di Sentire il grisou è vertiginosa: come veder venire la catastrofe? Come percepire il livello di grisou nell’aria, questo gas inodore e incolore altamente infiammabile che saturando i pozzi minerari rischia di provocare un’esplosione? Era uso corrente, presso i minatori di un tempo, discendere nel ventre della terra con un pulcino in gabbia: brutto segno quando le ali iniziavano a fremere… Secondo Didi-Huberman le immagini hanno la stessa funzione, al contempo divinatoria e alare: se iniziano a fremere, ad agitarsi, a smarcarsi dalla quieta “normalità” che le rende quasi invisibili (e di conseguenza illeggibili e inconoscibili), qualcosa sta per spiccare il volo. Può trattarsi di una lotta comune, come mostrano le pagine dedicate all’occupazione spagnola della miniera di Santa Cruz del Sil, che la cantaora Rocío Márquez trasporrà in canto e Carlos Caracas in immagini “militanti”, oppure di uno scenario “deprimente”: quello a cui assistette Pier Paolo Pasolini di fronte alle immagini del cinegiornale Mondo libero dopo aver firmato il contratto per ricavarne un film. Eppure, attraverso un’operazione di montaggio in cui “rime di voci” e “rime di immagini” innescano un potente movimento dialettico, è sorto (o si è sollevato) La rabbia, film “lirico-documentaristico” che Didi-Huberman non esita a definire «un atlante in movimento dell’ingiustizia contemporanea» e di cui offre, in queste pagine, una lettura nuova e penetrante.

Sentire il grisou

Sentire il grisou, com’è difficile. Il grisou è un gas inodore e incolore. Come sentirlo o vederlo allora, malgrado tutto? Detto altrimenti: come veder venire la catastrofe? E quali sarebbero gli organi sensoriali di un simile veder-venire, di un simile sguardo-tempo? L’infinita crudeltà delle catastrofi è che diventano visibili troppo tardi, quando ormai hanno avuto luogo. Le più visibili – le più evidenti, le più studiate, le più universali – le catastrofi insomma alle quali si fa spontaneamente ricorso per intendere che cos’è una catastrofe, sono catastrofi che furono, catastrofi del passato; quelle che qualcun altro, prima di noi, non ha saputo o voluto veder venire, quelle che qualcun altro non è riuscito a impedire. Le riconosciamo tanto più facilmente perché oggi non ne siamo affatto – o più – i responsabili.

Una catastrofe si annuncia raramente come tale. È facile dire, nell’assoluto del passato: “Fu una catastrofe”, quando tutto è esploso, quando ormai a morire sono stati in molti. È altrettanto facile dire, nell’assoluto del futuro: “Sarà una catastrofe” per tutti e tutto, dato che tutti e tutto, è evidente, un giorno spariranno per lenta o rapida distruzione. Ma è ben più difficile poter affermare: “Eccola che arriva, proprio adesso, qui, la catastrofe”, eccola arrivare in una configurazione che eravamo lungi dall’immaginare così fragile, così esposta al fuoco della storia. Vedere una catastrofe è vederla venire nella sua singolarità mascherata, nella particolare “incrinatura silenziosa”…

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