Il manoscritto distribuito da Fichte in forma di dispense agli «uditori» delle sue lezioni nel giugno 1794, e poi dato alle stampe in due emissioni successive con il titolo di Fondazione dell’intera dottrina della scienza, fu accompagnato alla propria uscita dall’acuto disappunto del suo autore. Non un figlio indesiderato, piuttosto una sorta di parto prematuro. Inevitabile, sì, ma non per la nascita dell’auspicato sistema. Con le posteriori esposizioni della sua «dottrina della scienza», quasi preso da una febbre divorante e caparbia Fichte avrebbe cercato un nuovo metodo, un altro punto di partenza, anche una terminologia filosofica inaudita, un’ulteriore struttura epistemologica di cui dotare il sapere trascendentale. Per noi quella prima Fondazione, trascinata a valle dal flusso inarrestabile delle versioni successive, si erge nella sua fisionomia solitaria, interpellante come un masso erratico. Opera capitale e innovatrice, che parla al pensiero stesso ma destinata infine a dare ragione dello sforzo di libertà nell’esperienza intersoggettiva del mondo, rivolge al lettore contemporaneo pagine che rimangono tra le più impervie della tradizione filosofica occidentale. Ascoltarvi il timbro di una voce singolare nel «teatro del nostro spirito» è una delle sue consegne.
«Secondo quanto lo stesso Fichte afferma […], l’Io crea anche attraverso le sue rappresentazioni e ogni realtà esiste unicamente nell’Io. Il mondo è per lui soltanto una palla che l’Io ha lanciato e che nella riflessione riafferra!! Dunque, egli avrebbe davvero dichiarato la sua natura divina, così come di recente avevamo supposto. Tornerò sicuramente a lavorare ai Maltesi non appena avrò concluso le mie lettere, di cui avete letto solo la terza parte, e anche un breve saggio sull’ingenuo; ma tutto ciò dovrebbe portar via il resto di quest’anno. […] In questo momento parlo come un uomo sano ed energico che è padrone del suo tempo; ma mentre lavorerò, il Non-io si ricorderà di me».
Così Schiller a Goethe il 28 ottobre 1794, da Jena, ironizzando sul (presunto) senso ontoteologico dell’io “fichtiano”. Il quale in verità è, sì, anche assoluto, almeno in quanto primo principio, eppure mai pretende di possedere «natura divina» e di essere “creatore”; mai è ipostatizzabile al di là del sapere che esso stesso rende possibile; mai vuol fungere da presupposto, né al modo dell’ypokeimenon-sostrato, cioè dell’esistente puro aristotelico soggiacente a ogni predicazione d’essere, né, à la Descartes, come res–substantia. Anzi, Fichte, in anticipo sull’epoca filosofica e pertanto destinato a profonde incomprensioni e non rari fraintendimenti, annuncia il tema di un io già interamente desostanzializzato e diviso, assunto che sia quale principio incondizionato dell’«egoità» o quale soggettività individuale finita. Dissoda così il terreno per un’ipotesi di lavoro su cui l’epistemologia, la filosofia, la psicologia, la psicanalisi di inizio Novecento argomenteranno ad abundantiam da specifici punti di vista disciplinari.
Si avrà modo di tornare sul punto con maggior attenzione in uno dei prossimi paragrafi, vale però la pena di chiarire subito che nella Fondazione dell’intera dottrina della scienza “io” nomina anzitutto la pura egoità (Ichheit) trascendentale, l’intensità antepredicativa e preconsapevole del pensiero. Più che il saldissimo punto archimedeo tradizionale, o la suprema funzione unificante dell’umano conoscere com’è nelle pagine della prima Critica kantiana, per questo Fichte “io” è il principio pronominale che regge l’«azione in atto» (Tathandlung) dello sguardo filosofico autoriflessivo: abbrevia una postura e un posizionamento intensi, attivi, “agili”, non ancora integrati a condizioni d’essere determinate. “Io” è pronome che declina nella propria prima persona singolare-universale la pratica filosofica destinata a mettere in luce le condizioni di possibilità della coscienza e le sue forme prediscorsive.
V’è ricostruzione genetica nella strategia filosofica fichtiana, non creazione. E in ogni caso genesi non direttamente del mondo (dell’“essente”, del “tutto”), bensì della struttura della sua comprensibilità ed esperibilità per quell’io che è appena un aprirsi a ciò che è, alla cosa, all’essente. L’io-mente del filosofo nella riflessione non riafferra la «palla» del mondo che ha creato e lanciato via da sé. Semmai, osserva le azioni compiute dalla mente-coscienza ordinaria (dall’io comune, non filosofico) nel suo operare e fare esperienza, essendosi posto il compito teoretico di dar ragione della struttura della coscienza che consente appunto quell’operatività. In maniera autoriflessiva il filosofico si dirige al non-filosofico che lo precede geneticamente come campo denso di pratiche intersoggettive e preindividuali, e che pure resta spiegato proprio in e con questa autoriflessione. L’io (filosofico) ricostruisce le categorie teoretiche e pratiche grazie alle quali l’essente può aprirsi all’operari linguistico-concettuale dell’intelligenza. Nell’aprirsi a se stessa e nell’estroflettersi della coscienza si dischiudono altresì le modalità tramite le quali quel che c’è (l’essente) può essere esperito ed epistemicamente illustrato come totalità di rapporti tra esseri, accadimenti, modi di abitare e vivere la terra, in una parola: quale mondo. Mondo preso nell’orifizio trascendentale della sua gestazione (teoretico-pratica).
È stato dunque un greve equivoco interpretativo, perpetrato in lungo e in largo ben oltre Schiller e Goethe, l’aver invece ontologizzato l’egoità-ipseità in senso sostanziale e teologico-metafisico. E con l’io è stata equivocata l’intera Fondazione, il cui senso – direzione e significato – è semmai quello del discorso scientifico speculativo sull’epistéme (sin dalle Lezioni di Zurigo Fichte si propone una scientia scientiae!) e perciò è senso “epistemologico”: sapere stabile inerente alle condizioni genetiche di possibilità delle pratiche discorsive che l’umano è e agisce. Ma Schiller e Goethe, verrebbe da chiedersi, fin dove ne sapevano? In realtà, di Fichte sapevano (o avrebbero potuto saperne) già a sufficienza. E ciò è un fatto.
[Dalla Postfazione di Guido Boffi]