Murray Bookchin (1921-2006) è stato uno scrittore, pensatore e militante libertario statunitense, tra i fondatori dell’ecologia sociale. È autore di diversi testi di politica, filosofia, storia, ecologismo e urbanistica. L’intera sua opera può essere considerata una progressiva «assunzione, sussunzione e superamento» (secondo le sue stesse parole) dei contenuti di diverse correnti ideologiche radicali del ventesimo secolo, del marxismo come dell’anarchismo, della scuola di Francoforte come dell’urbanesimo utopistico di Lewis Mumford e dell’ecologismo.
Di solito viviamo completamente immersi nel nostro tempo, a un punto tale che spesso neanche ci rendiamo conto di quali siano le differenze sociali fra la nostra epoca e quella della generazione che ci ha immediatamente preceduto. La nostra sottomissione al presente può essere molto pericolosa. Essa ci incatena, senza che ce ne rendiamo conto, agli aspetti più reazionari della tradizione, sia che essi si manifestino in valori e ideologie ormai superate, sia che si manifestino in forme di organizzazione gerarchica o in comportamenti politici parziali e eccessivamente rigidi. Se non riusciremo a raggiungere prospettive più ampie, che vadano al di là del presente, non riusciremo a comprendere il mondo come realmente è, ma anzi la sua natura ci risulterà distorta, ci sfuggiranno perfino le grandi potenzialità che il futuro ci può riservare. Tutto questo è importante, perché il mondo sta cambiando profondamente, più profondamente di quanto ci rendiamo conto. Fino a un’epoca molto recente, la società si è sviluppata intorno ai problemi posti dalla inevitabile scarsità di mezzi materiali, dalle privazioni e dai sensi di colpa che ne derivano. I grandi rivolgimenti storici che hanno distrutto le prime società organiche, dividendo l’uomo dalla natura e l’uomo dall’uomo, trovano le loro origini nei problemi collegati alla sopravvivenza, nei problemi che riguardano la pura preservazione della stirpe umana. La scarsità di mezzi materiali fornisce la base storica necessaria per lo sviluppo della famiglia patriarcale, della proprietà privata, della dominazione di classe e dello stato; contiene in sé i presupposti per le grandi fratture della società gerarchica che separano la città dalla campagna, la ragione dal sentimento, il lavoro dal piacere, l’individuo dalla società e, infine, persino da se stesso. È inutile prendere in considerazione l’ipotesi di che cosa sarebbe successo se questo sviluppo, così lungo e travagliato avesse seguito un corso diverso, più favorevole. Le cause di questo sviluppo sono per lo più remote e inafferrabili. Forse come la mitica mela che, una volta addentata dovette essere mangiata completamente, la società gerarchica deve completare il suo cruento corso prima che le sue demoniache istituzioni possano essere esorcizzate. Sia come sia, la posizione che occupiamo ora nello svolgimento del dramma storico differisce sostanzialmente da quella di chiunque altro prima di noi. Noi, nati nel XX secolo siamo senza alcun dubbio gli eredi di tutta la storia umana precedente, i depositari dell’atavico sforzo dell’uomo di liberarsi dalla fatica del lavoro e dall’insicurezza materiale. Per la prima volta nella storia a questo secolo – e solo a questo – è stato affidato il compito di portare l’umanità a un livello superiore, completamente nuovo di sviluppo tecnologico e a una concezione anch’essa nuova dell’esperienza umana.