Henri Atlan (1931) è professore emerito di Biofisica presso l’Università di Parigi VI e la Hebrew University of Jerusalem. Ha diretto il Centro di ricerca in Biologia umana presso l’Ospedale universitario Hadassah di Gerusalemme. Tra i principali esponenti dell’epistemologia della complessità, ha studiato le relazioni tra organizzazione biologica e teoria dell’informazione. Più di recente si è dedicato a un’analisi comparativa dei paradigmi dell’origine della vita tra esegesi biblica, storia culturale e scienze del vivente.
Le organizzazioni viventi sono fluide e mobili. Ogni tentativo di irrigidirle – in laboratorio o nella nostra rappresentazione – le fa cadere in una o l’altra delle due forme di morte. Oscillante «tra il fantasma e il cadavere» (between the ghost and the corpse): così l’organizzazione di una cellula vivente appariva al biologo D. Mazia che descriveva i suoi sforzi di numerosi anni tesi ad isolare una struttura cellulare che ha un ruolo particolarmente importante nei meccanismi della riproduzione. Per la sua struttura labile gli sfuggiva decomponendosi, e quando riusciva a fissarla era già distrutta. Ogni organizzazione cellulare è parimenti costituita da strutture fluide e dinamiche. Il vortice liquido – detronizzatore dell’ordine del cristallo – è diventato, o ridiventato, il modello, come la fiamma della candela, tra la rigidità del minerale e la decomposizione del fumo.
Tuttavia non è impossibile rappresentarlo. Ne possiamo parlare. Possiamo tentare di descriverne la logica. Uno dei meriti di questi tentativi è quello di avere sollevato il problema: cosa significano gli attributi di “organizzato” e “complesso” quando si applichino ai sistemi naturali, non completamente dominati dall’uomo poiché non costituiti da lui? È qui che le due nozioni opposte di ripetizione, regolarità, ridondanza da una parte, e varietà, improbabilità, complessità dall’altra, sono state messe in evidenza e riconosciute come ingredienti coesistenti in queste organizzazioni dinamiche. Queste ultime sono apparse come un compromesso tra due estremi: un ordine ripetitivo perfettamente simmetrico di cui i cristalli rappresentano il modello fisico più classico, e una varietà infinitamente complessa ed imprevedibile nei suoi dettagli, come quella delle forme evanescenti del fumo.
La prima parte di questo lavoro è ispirata dai lavori formali, intrapresi una decina di anni fa, sulla logica dell’organizzazione naturale, sul ruolo che vi gioca l’aleatorio – il “rumore” ed il famoso principio dell’ordine, o piuttosto di complessità attraverso il rumore – e sulla logica dei reticoli chimico-fisici dotati di proprietà auto-organizzatrici. Sicuramente, ciò nasceva direttamente da preoccupazioni di ordine biologico. L’organizzazione in questione, le proprietà auto-organizzatrici, sono quelle che si incontrano negli organismi viventi e nei modelli che tentante di simularli. Ma si sono volute estendere alcune considerazioni ad altri sistemi e ad altre organizzazioni, in particolare quelle umane. I pericoli – logici e politici – dell’organicismo sono oggi abbastanza noti da poter evitare di cadere nelle sue trappole; senza per altro rifiutare ciò che lo studio dei sistemi naturali ci può insegnare in fatto di possibilità logiche dell’organizzazione in generale. In effetti ciò che ci siamo sforzati di evidenziare, sono gli elementi di una logica delle organizzazioni che la natura offre alle nostre osservazioni, alle nostre sperimentazioni. I sistemi biologici ci forniscono evidentemente gli esempi più immediati, ma non sono necessariamente gli unici. Così, riguardo alla generalizzazione di queste nozioni ad altri sistemi, piuttosto che fare il processo alle intenzioni su un eventuale organicismo ad ogni modo superato, ci sembrano pertinenti le domande che seguono. In quale misura si tratta di sistemi naturali o artificiali? In quale misura vi possiamo trasporre le leggi del trasferimento, della conservazione, della degradazione o della creazione dell’energia, della massa e dell’informazione, così come la chimica-fisica biologica ce le insegna? In quale misura, al contrario, i tipi di finalità implicita che caratterizzano i sistemi artificiali possono essere trasferiti all’analisi dei sistemi naturali?