Ludovica Boi, L’aurora inapparente. Upanishad, Bruno e Böhme nella metafisica giovanile di Giorgio Colli

La filosofia di Giorgio Colli si sviluppa nel profondo dialogo con il misticismo. Quest’ultimo permette di significare l’altrove della ragione moderna, il cui problema è per Colli la perdita del nesso con ciò che la origina. La concezione di un logos sostanziale, infatti, ha oscurato il rapporto tra logico e prelogico, che Colli intende come espressione, ricorrendo, cioè, all’ipotesi di un elemento immediato che precede la ragione e nel quale essa culmina e rifluisce. Nel misticismo il logos torna a essere espressione, in quanto l’unico modo in cui può darsi è come segno di un’esperienza.

Questo libro intende ricostruire i punti di contatto storici e tematici tra la genesi della filosofia dell’espressione e alcuni capisaldi del misticismo filosofico occidentale e orientale: l’esperienza della non-dualità di individuo e cosmo nell’antichissima dottrina indiana è posta in continuità con gli insegnamenti dei primi pensatori greci, per i quali l’intuizione è sovraordinata all’orizzonte discorsivo. Il dio desiderante di Böhme, il personaggio del furioso eroico che anima le pagine di Bruno, sono figure che tentano di saldare la cesura tra pensare ed essere. A ciò guarda Colli per restituire al logos la memoria del prelogico e per interpretare le nostre vite individuali come espressione dell’Uno-tutto.

Intendere il cuore come sede della verità, come la verità stessa, è indice di una particolare concezione del rapporto tra materia e spirito: Colli rileva che i pensatori mistici, fra cui Böhme, nelle loro visioni del mondo superano l’opposizione tra spirito e materia. La comprensione del concetto di Signatura risulterà, allora, al proposito di indagare il succitato rapporto nella filosofia böhmiana, imprescindibile.

L’intenzione da cui deriva questo paragrafo ci porta innanzitutto a considerare la complessa relazione che lega il nostro teosofo alla tradizione alchemica e ai suoi concetti fondamentali. Un esempio della direzione impressa da Böhme al linguaggio e ai principi alchemici è la sua concezione del processo di Selbstoffenbarung divina.

Il movimento di autorivelazione prende le mosse dal desiderio che si annida nel cuore dell’Ungrund. Sul fondamentale concetto di Ungrund si tornerà in seguito, per ora basti qualche concisa indicazione: si tratta propriamente di un “nulla”, un’assenza di fondamento, che, però, desidera ed esercita una volontà – appunto la volontà di autoporsi e di autoconoscersi: Böhme utilizza il sintagma «der ungründliche Wille». La Volontà tesa ad autodeterminarsi attira sé stessa in sé, come coagulandosi per moto centripeto e accentuando il proprio carattere oscuro e tenebroso. Dove emerge una proprietà (Eigenschaft), non abbiamo più il Nulla, ma “qualcosa”: la prima proprietà che determina la massa autodesiderante è l’oscurità (Finsterniß), che vale appunto come il primo stadio del “qualcosa” verso cui il Senza-Fondo tende. Di questa figura della Selbstoffenbarung divina la rappresentazione alchemica è il sale, con la sua forza astringente e pietrificante: infatti si tratta della figura “chiusa” della Ichheit o della Selbheit. «In virtù della sua essenza coagulante, essa [la forza salina] si costituisce come il principio di ogni durezza, rigore, compattezza e sostanzialità».

La forza di direzione opposta, non centripeta bensì centrifuga, esemplificante la libertà divina, in contrasto con la volontà di autoconoscenza, è invece significata dall’andamento libero e inquieto del mercurio. Se la compattezza salina rappresenta, infatti, l’aspirazione verso l’interno per poter porsi e conoscersi, la velocità mercuriale raffigura lo spirito libero che aggira la chiusura dell’Ichheit ed eccede la stessa autoconoscenza. «Ciò che la prima forza addensa e aggrega la seconda si dà a scomporre e frammentare».

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