Jean Paul, pseudonimo di Johann Paul Friedrich Richter (1763-1825), scrittore e pedagogista, è una delle voci più singolari della letteratura tedesca. Diviene noto nel 1795 grazie al romanzo Hesperus. Nel 1800, a Berlino, pubblica il primo dei quattro volumi del romanzo Der Titan. Nel 1804 si stabilisce a Bayreuth, dove lavora al romanzo incompiuto Anni acerbi, in cui riprende il tema tipicamente tedesco dell’inconciliabile dualismo della natura umana. In questo stesso anno pubblica un saggio di Introduzione all’estetica, e tre anni più tardi un romanzo pedagogico, Levana.
Walt si alzò con una testa piena di rossore mattutino, e cercava quella del fratello quando scorse il proprio padre che traversava il cortile, a grandi passi e pallido per il cammino, dopo essersi messa la via tra le lunghe gambe già all’l di notte. Riuscì a fermarlo. Dall’alto della breccia nel muro dovette difendere a lungo dai predicozzi del moralista la propria presenza in quel luogo. Quindi offrì al padre, che era stanco, di andare lui sul cavallo, mentr’egli l’avrebbe accompagnato a piedi. Lukas accettò senza dir neanche grazie. Con l’inappagato desiderio di rivedere il fratello, che non poteva mostrarsi, Walt lasciò il palcoscenico di una così incantevole serata.
Per la via piana, che non avrebbe fatto scorrer giù neppure una goccia d’acqua, il cavallo si condusse in maniera impeccabile, andando al passo con il figlio, sordo alle innumerevoli regole di vita e di diritto che il padre gli faceva piovere addosso dal pulpito della sella. A che cosa poteva prestar orecchio Gottwalt? Egli vedeva soltanto, dentro e fuori di sé, i prati luccicanti del mattino della vita, poi la campagna ai due lati della strada maestra, poi gli ombrosi giardini dell’amore, il monte delle muse, eccelso e luminoso, e infine i campanili e i globi di fumo della città che si stendeva in lontananza. Adesso il padre smontò di sella, ordinando al notaio di cavalcare, passando per la porta di città, fino al macellaio, di andare poi nel suo alloggio e di farsi trovare alle 10 al Granchio Tenero, dov’egli l’avrebbe aspettato per comparire insieme, nel modo dovuto, davanti al magistrato.
Walt montò in arcione e spiccò il volo come un cherubino che se ne va per il cielo. L’ora era particolarmente favorevole: sulle facciate dei caseggiati risplendeva il giorno con la sua chiarezza, nei verdi giardini rugiadosi il mattino con i suoi colori, persino l’animale divenne poetico e di sua iniziativa si mise al trotto, sentendosi vicino alla propria stalla e affamato da quella dei fratelli moravi. Portato dalle ali dello storno, il notaio cantava a voce spiegata. In tutto il principato non c’era un altro Io che stesse su un cocuzzolo cerebrale così alto come il suo, e che da lassù, come da un monte Etna, spingesse lo sguardo in una vita così grandiosa e così piena di fate morgane da far sì che le colonne tremolanti, le città e le navi capovolte restassero appese a specchiarsi nell’aria per tutto il giorno.