«E quando Cristo scorse l’urto dei mondi in tumulto, la danzante fiaccolata dei celesti fuochi fatui e i banchi corallini di pulsanti cuori, e quando vide come una sfera dopo l’altra andava versando sul mare dei morti le sue anime corrose d’intima fiamma, così come un globo d’acqua sparge natanti luci sulle onde, grandeggiando come il più nobile tra i figli della finitudine, levò in alto gli occhi, contro il nulla e la vuota immensità, e disse: Quando annienterete l’universo e me?»
Nell’ambito di una interpretazione teologico-esistenziale dell’esperienza nichilista si è cercato, quasi filo conduttore che dal Rinascimento ci conduce all’epoca contemporanea, un motivo classico, bifronte, al tempo stesso pagano e cristiano, quello del “Prometeo”. In esso si è realizzato un atteggiamento caratteristico non soltanto nella speculazione etico-religiosa del Rinascimento, e quindi nella progressiva elaborazione di una reformatio umanistica, ma anche un elemento di primo piano di quella nuova coscienza scientifica nella quale ha trovato il suo posto un diverso concetto di natura, non più intesa come l’irriducibile opposto al regnum gratiæ. La crisi della sancta auctoritas e del vincolo di soggezione instaurato e giustificato mercé l’atto di fede secondo gli schemi teologico-medievali si pone di fronte all’ideale mondano del sapiente come ad un nuovo centro attrattivo; e quando attraverso il Bovillus, il Pico, il Ficino, il Bruno, il secundus homo assorbirà in sé l’uomo meramente naturale, la forza eversiva e demiurgica del Prometeo, dell’uomo camaleonte, proromperà nell’«eccellenza della propria umanitade», infrangendo la gerarchia di un ordine cosmico-ontologico consacrato dalla metafisica analogico-partecipativa di derivazione platonica. Secondo l’interpretazione teologica del nichilismo, quest’ultimo non potrebbe essere compreso al di fuori di un suo inquadramento nella progressiva metamorfosi titanico-ateistica del concetto cristianizzato di Prometeo e quindi nella sua neopaganizzazione: sotto questo profilo sarebbe spiegabile, da un lato, l’enuclearsi di una problematica esistenziale, ignota al Medioevo, impostata sulla categoria del “tragico”, dall’altro, la dissoluzione del concetto stesso di eternità come eterno presente della storia e come autorealizzazione dell’idea nel tempo (Hegel) oppure come ciclicità metastorica della physis nell’«eterno ritorno dell’eguale» (Nietzsche).
Sarebbe riconducibile proprio al simbolo di Prometeo, trascritto in un nuovo contesto nichilista-anticristiano, l’assunzione dell’eternità, quale attributo del nulla, nelle stesse aporie dell’immanenza, come pure il suo “superamento” in una ontologia fondamentale condizionata dalla struttura della temporalizzazione estatica (Heidegger).
Sta di fatto che l’interpretazione teologica del nichilismo deve essere collocata all’interno di quella denuncia che da parte cattolica ed evangelico-protestante è stata espressa negli anni trenta e anche in quest’ultimo dopoguerra in ordine al nefasto processo di secolarizzazione considerato come la radice principale dei mali politico-sociali che hanno afflitto l’Europa in questo secolo.
[Dal saggio Allegoria del nichilismo nella «Rede des toten Christus» di Ferruccio Masini]