«Se si prescinde da Goethe – ha scritto Robert Walser – Anni acerbi è il più bel libro tedesco di narrativa». Poesia e amore in contrasto con la realtà: così Jean Paul ha sintetizzato la summa di questo singolare Bildungsroman, in cui la Bildung non è un armonico prender forma nei conflitti del mondo ma un’età ingrata, dove la «lanterna magica della vita» proietta nobili sogni e goffe figure, pensieri elevati e oscure meditazioni.
Come Florestano e Eusebio in Schumann, o la coppia Narciso e Boccadoro descritta da Hesse, o ancora quella di Ulrich e Agathe nell’Uomo senza qualità, i due protagonisti, Walt e Vult, fratelli gemelli e riflessi dell’anima stessa di Jean Paul, incarnano l’eterno conflitto tra fantasia e ragione, stupore e disincanto, amore per il prossimo e amor proprio. Attraverso un abile gioco delle parti, Jean Paul vorrebbe mitigare tale conflitto, trovare un’eufonia tra il cielo e la terra, tra l’«evangelista» e la «bestia», ma invano. Walt e Vult, raffigurazioni opposte della vita e dell’anima, si osservano da lontano, «al fondo di una reciproca prospettiva ideale». Si può scorgere in questa polarità l’espressione più vigorosa e più spiccata dell’anima tedesca in età moderna, la tensione della gioventù, la stagione in cui si ha il cielo per padre e la terra per madre.
Anni acerbi resta il più bel romanzo tedesco sugli anni di apprendistato, un’opera della quale Karl Kraus ha scritto: «Il mondo della propria infanzia è preferibile rivisitarlo sotto la guida di Jean Paul piuttosto che di Sigmund Freud».
Nel maggio del 1804 l’editore Cotta di Stoccarda pubblicava i primi tre volumetti del romanzo Flegeljahre, il quarto sarebbe apparso nell’ottobre del 1805.
L’autore, Johann Paul Friedrich Richter – che dal 1792, in onore di Jean Jacques Rousseau, firmava le proprie opere con lo pseudonimo di Jean Paul –, giungeva con i Flegeljahre all’apice di una produzione letteraria che, nel corso di dieci anni, dal 1795 ed 1805, aveva visto il rapido succedersi dei romanzi Hesperus, Siebenkäs e Titan; dei più brevi “idilli” Maria Wutz e Quintus Fixlein; del trattato sull’arte Vorschule der Ästhetik oltre che di innumerevoli scritti minori. Dopo i Flegeljahre la vena inventiva di Jean Paul sembrò ristagnare e, negli altri vent’anni che gli rimanevano da vivere, pur continuando ad essere attivissimo come pubblicista e come autore di brevi opere satiriche e moraleggianti, egli compose soltanto un ampio trattato pedagogico, Levana, e le prime tre parti di un romanzo, Der Komet, che la morte gli impedì di portare a termine.
Nella variegata area letteraria della Germania tra la fine del Settecento e il primo Ottocento, Jean Paul è uno di quegli autori che riservano non pochi dispiaceri agli storici della letteratura amanti delle ben ordinate lottizzazioni e delle rigide discipline di corrente, così che per lo più, nei manuali, egli finisce iscritto in un capitolo intermedio, “Tra Classicismo e Romanticismo”, dove spesso coabita con un altro ribelle ai princìpi di appartenenza, Friedrich Hölderlin.
Né c’è da stupirsene, visto che nel Carteggio Goethe-Schiller si trova su di lui il giudizio: «Il suo amore della verità ed il suo desiderio di apprendere hanno avuto anche su di me un effetto cattivante. Però, pur con tutta la sua socievolezza, egli è una specie di teorizzatore e, a pensarci bene, dubito che Richter potrà mai approssimarsi in concreto a noi, anche se dal punto di vista teorico sembra averci molto in simpatia» (Goethe a Schiller, 29 giugno 1796); così come, pochi anni dopo, in una lettera di Friedrich Schlegel a Schleiermacher, si ha il pendant: «Mentr’ero a Weimar mi sono incontrato spesso con Friedrich Richter e mi ci sono trovato assai bene. È inesauribile, indescrivibile e schietto oltre ogni dire… ma in ogni tua opinione subodora qualche larvato fichtianismo; ed è appunto questo il punto debole che fa andare il suo intelletto a caccia di fantasmi. È un peccato che frequenti una compagnia tanto cattiva, che lo rovina. Con noi non gli mancherebbe la possibilità di ritornare giovane». La cattiva compagnia del pur schietto Jean Paul era, secondo F. Schlegel, quella del vecchio Herder, ormai esautorato e misconosciuto, gelidamente emarginato dal duo Goethe-Schiller e sfrontatamente messo in berlina sulla rivista “Athenäum” dai giovani schlegeliani. Eppure fra le varie divinità dell’Olimpo weimariano, era proprio in quel nume decaduto che Jean Paul aveva incontrato le più profonde affinità nella concezione dell’arte e della cultura. Il vecchio filosofo della storia e del linguaggio e il giovane provinciale autodidatta, accolto nei salotti weimariani sull’onda dei suoi primi travolgenti successi letterari, erano accomunati, in negativo, dal rifiuto tanto del formalismo antichizzante dei classicisti quanto delle velleitarie astrazioni verbali dei romantici, ma specialmente, in positivo, dall’esigenza di continuare a perorare quelle istanze morali, sociali e politiche che erano state della Empfindsamkeit e dello Sturm and Drang e che, senza esser state sviluppate sino in fondo e soprattutto senza aver ricevuto alcuna soddisfazione nel contesto della realtà tedesca, non avevano più trovato posto né nella normalizzazione classicista né nell’utopia romantica.
[Dalla Postfazione di Liborio Mario Rubino]