Michele Federico Sciacca (1908-1975) è uno dei più significativi filosofi italiani del XX secolo. Già trentenne era professore ordinario, prima a Pavia e dal 1946 all’Università di Genova, dove ha insegnato filosofia teoretica fino alla morte. Autore di circa settanta volumi, tradotti nelle principali lingue europee, a partire dalla critica interna all’attualismo gentiliano e tramite il ripensamento del pensiero di Rosmini, ha sviluppato una personale posizione teoretica, la “filosofia dell’integralità”.
Solo l’uomo nell’ordine della natura è soggetto spirituale, perché egli solo è dotato d’intelligenza, ragione e volontà. Né vi è intelligenza, ragione e volontà senza norma o legge o principio oggettivo, che, come tale, è oggetto dell’intelligenza stessa. L’attività spirituale, dunque, esige un soggetto intelligente e un oggetto intellettivo. Pertanto: a) l’uomo è soggetto intelligente, ragionante, volente e, come tale, è “esistente”; b) perciò è soggetto spirituale; c) secondo un principio oggettivo da lui intelletto e secondo cui liberamente vuole; d) conformemente al quale ha capacità di sentire, pensare, conoscere e compiere azioni morali. Dunque, il problema dell’uomo o del soggetto intelligente è pregiudiziale: se l’uomo fosse un’illusione o una “cosa” tra le “cose” della natura, un animale o una pianta, il discorso si concluderebbe subito, anzi non avrebbe motivo di cominciare. Pertanto, a noi incombe l’obbligo di approfondire e giustificare innanzi tutto l’uomo non solo come organismo o individuo, ma anche come “persona”; provare che egli non è parvenza o illusione, né sogno, né fascio di impressioni psicologiche che si succedono con continuità e con ordine o disordinatamente e discontinue senza che niente permanga, balenio di attimi fuggenti e sfuggenti. Non da oggi l’esistenza dell’uomo e la realtà delle cose sono state poste in questione; perciò, dobbiamo assumerci il problema, a partire dalle posizioni più radicalmente critiche, esigenti e negative.
Gli enti – il reale – e l’uomo tra essi sono un fascio d’impressioni: “mondo” d’immagini, che si susseguono e si distendono o si giustappongono e si accavallano; oppure rappresentazione interminabile di uno spettacolo vario e monotono insieme. Impressioni o rappresentazioni di chi e per chi? Della coscienza, che è essa stessa fascio d’impressioni e rappresentazioni. Ma se anche la coscienza, nella sua essenza, è fascio d’impressioni, cessa di esser tale, cioè un’attività impressionabile; se anche il soggetto cosciente è rappresentazione, cessa la rappresentazione, che è per qualcuno, per lo spettatore. Ora quest’ultimo non può essere che il soggetto cosciente; dunque, l’uomo, che è tale, non è egli stesso pura rappresentazione. Ammesso che lo fosse, lo sarebbe “di” e “per” un soggetto, che non sarebbe a sua volta rappresentazione. Una realtà tutta pura rappresentazione o insieme di impressioni non sarebbe l’una cosa né l’altra, perché non sarebbero queste né quella, che sono per un soggetto non riducibile a esse. La rappresentazione esige uno spettatore, che se ne differenzi; nello “spettacolo” della vita, l’uomo è insieme spettatore e attore: dunque, se non è rappresentazione come spettatore, non lo è come attore. Approfondita fino in fondo e dall’interno, la posizione che stiamo discutendo si rivela, al di là della sua contraddittorietà, come affermazione dell’essere. Similmente, la posizione che tutto è impressione ha senso solo se si esclude che lo sia anche il soggetto cosciente, cioè il soggetto di tutte le impressioni; né quel che il soggetto conosce è pura impressione.