Michele Federico Sciacca, L’Uomo, questo “squilibrato”

Chi è l’essere umano? A questa domanda cruciale, in sé stessa per il sapere filosofico e in termini esistenziali per ciascuna persona, intende rispondere Michele Federico Sciacca con questo volume che, nelle sue intenzioni, costituiva uno dei pilastri della sua “filosofia dell’integralità”.

Il testo esplora, in un percorso argomentativo serrato e appassionato, quali siano gli elementi costitutivi della condizione umana e l’abissale differenza tra “intelligenza morale” e “ragione etica” proponendo lo “squilibrio ontologico” – radicamento nel finito innestato nell’apertura e tensione all’Infinito – non come un deficit, ma quale essenza dell’umano e segno valoriale della sua unicità.

L’opera, pubblicata dall’autore per la prima volta nel 1963, esce in un’edizione fedele all’originale e insieme rinnovata, in occasione del 50° anniversario della morte di Sciacca.

«La filosofia non asciuga lacrime né dispensa sorrisi, ma dice la sua parola sulla “verità” delle lacrime e dei sorrisi». Quest’espressione di Michele Federico Sciacca, acuta e dal retrogusto un po’ amaro, ne rappresenta plasticamente, benché non esaustivamente, il profilo umano e filosofico.

Nato a Giarre nel 1908 e morto a Genova nel 1975, è senz’altro uno dei più significativi filosofi italiani del XX secolo. Nel 1930 si laurea a Napoli con Antonio Aliotta e ne diventa collaboratore; nel 1933 conosce Giovanni Gentile, a cui resta legato umanamente e culturalmente, pur prendendo le distanze dal suo pensiero dopo l’incontro con gli scritti di Antonio Rosmini, grazie al ripensamento dei quali, tramite un laborioso itinerario, elabora la propria posizione personale, nota come “filosofia dell’integralità”. Professore ordinario dal 1939, dopo alcuni anni di docenza a Pavia, insegna nell’Università di Genova dal 1947 fino alla morte.

La ricorrenza del 50° anniversario della sua scomparsa ha suscitato numerose iniziative a lui dedicate, tra cui la riedizione de L’uomo, questo “squilibrato”, testo uscito per la prima volta nel 1956 per l’editore Marzorati di Milano.

Per quale motivo pubblicare nuovamente, dunque proporre di rileggere oggi, a settant’anni dalla sua prima uscita, proprio quest’opera? Numerose, infatti, sono i libri di Sciacca che delineano i tratti salienti del suo pensiero o che possono dirsi in qualche modo “attuali”.

Tale scelta, a mio avviso risponde ad almeno due ragioni: la prima inerisce alla collocazione che questo testo possedeva nel pensiero di Sciacca, nel disegno teoretico dei suoi scritti; la seconda concerne l’emergenza insistente, direi bruciante, della questione antropologica nel tempo presente.

Nella Premessa alla I edizione, dopo aver dichiarato di possedere un temperamento «insofferente di schemi e piani» e l’intenzione ferma di assecondarlo, Sciacca definisce la “filosofia dell’integralità” non come un insieme di posizioni filosofiche, ma quale movente della riflessione che si sviluppa in lui – «nucleo propulsore di quanto vado pensando e scrivendo» – pertanto come «ordine sistematico interno», espressione del «principio animatore e unificante» il suo pensiero, man mano che le questioni gli emergono da dentro, si esprimono formalmente, cercano e trovano definizione.

La genesi dell’opera ne chiarifica dunque la collocazione all’interno di quel preciso gruppo di scritti, che Sciacca stava progressivamente delineando come “corpus dell’integralità”: il termine – ricorrente nei suoi testi – va inteso almeno in duplice accezione, ossia come esplorazione completa delle questioni fondative e fondamentali della filosofia, ma anche come stile teoretico, che scava in profondità e si dilata secondo direttrici multimensionali, così da non rifiutare nessun elemento della realtà, non rinunciare ad alcun aspetto dell’essere.

[Dalla Prefazione di Alessandra Modugno]

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