Maurizio Grande

Saggista, docente universitario, autore teatrale, Maurizio Grande (Roma, 1944-Sie­na, 1996) è stato uno studioso di teatro e di cinema, di estetica e di semiotica. Ha insegnato nelle Università della Calabria, di Roma “La Sapienza”, di Siena e alla Sorbonne Nouvelle di Parigi. È stato critico teatrale di “Rinascita” e autore di alcune monografie: Carmelo Bene, il circuito barocco (1973); Jean Vigo (2004); Billy Wilder (2006); Marco Ferreri (2016). Tra le sue numerose pubblicazioni si ricordano: Eros e politi­ca (1995), La commedia all’italiana (2002), Il cinema in profondità di campo (2003), Scena evento scrittura (2005), Dodici donne. Figure del destino nella letteratura drammatica (2010).

Doppia storia, doppio gioco, doppio tragitto dell’orale: bocca-ano, ma anche vita-morte, copia-simulacro, dacché la copia è il “vero pretendente” e il simulacro è l’“impostore”. Così, la storia artistica del Novecento si pronuncia per il simulacro prima ancora che per la copia, e la copia non diviene che troppo tardi la “convalescenza dell’originale”, se mi è concesso plagiare Carmelo Bene (“un disagio dell’esserci è vivibile, è una convalescenza dell’infinito”), nelle attuali elucubrazioni sulla civiltà delle copie, o dei simulacri, senza distinzione.

Ritengo che Carmelo Bene, al contrario, abbia nella sua opera tenuti a debita distanza le copie e i simulacri, impiegando le prime come deliberato oltraggio “platonico” agli originali (e alla Storia e a Platone), e i secondi come escrezioni dei fantasmi che lottano nei “corpi in profondità e attraverso la profondità” (Deleuze). È così che il minore torna come boccone orale, ma anche come parodia di se stesso, autopastiche, se si vuole, della stessa voce. Autopastiche della phonè che riscrive la lettura, e boccone della oralità che cancella persino la riscrittura nella introiezione-espulsione degli originali; – un gioco virtuosistico che annichilisce anche il virtuosismo, facendone il capogiro del trapezista (Shakespeare in Laforgue, Freud in sovrimpressione, ma umoristica – non, si badi, ironica –; Gozzano in “presa” centrale; Stirner, Nietzsche, Schopenhauer, poi Artaud e Lacan come tappeto sabbioso o sottotesti che fanno da metatesti, in un vertiginoso sviamento dell’identico e dell’originale: perfino di quel nuovo pretendente all’originale che è la copia).

L’orale è tutto il corpo possibile di chi ha abbandonato il corpo alle vestigia di un’identità parodiata proprio in quanto presunta “autorizzazione” di quel sembiante che è il nostro corpo. Nell’orale c’è la fine non solo del corpo e dell’identità, ma perfino della copia. Carmelo Bene vi incide la cancellazione dell’immagine in quanto copia, e vi immette il boccone escrementizio della corporeità che “evacua” il senso attraverso i suoni, e che fa della parola il simulacro della voce. Ancora un doppio salto mortale fra suono, voce, immagine del soggetto nella voce, parola e copia del senso, orale e simulacro del corpo.

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