Mariangela Milone è dottore di ricerca in Filosofia del Diritto ed assegnista presso l’Università di Salerno. I suoi interessi di ricerca si collocano tra il pensiero politico contemporaneo e le teorie critiche del diritto, con particolare attenzione alle pratiche e alle forme di soggettivazione nel contesto neoliberale. Ha pubblicato diversi saggi dedicati all’attualità del pensiero foucaultiano, ai postcolonial studies e al transfemminismo.
Nell’ampio panorama del dibattito che negli ultimi dieci anni si sta misurando con gli studi di Michel Foucault, quella di Catherine Malabou è una delle voci più direttamente critiche. In un saggio pubblicato nel 2015 con il titolo Une Seule Vie: résistance biologique, résistance politique, la filosofa taglia di netto la categoria di biopolitica:
Secondo Foucault tutti i “concetti biologici” […] superano il loro significato tecnico e assumono un significato normativo. Eppure il divenire politico dei concetti biologici si muove in una sola direzione: il controllo e la regolazione sia degli individui che delle popolazioni. A quanto pare, non ci può essere alcuna bio–resistenza politica alla bio-politica.
C’è da dire che l’allieva di Derrida, se è famosa per i suoi usi del concetto di plasticità neuronale in filosofia, lo è senz’altro meno per le provocazioni che ha avanzato in campo giuridico-politico rispetto al pensiero della decostruzione, alla cosiddetta Italian Theory, ed in particolare rispetto al “Foucault biopolitico”.
Eppure, elaborato a partire da una rivisitazione dei sistemi di Kant ed Hegel, il concetto di plasticità deve molto proprio al punto di riferimento polemico e fortemente politico che Malabou avrebbe ingaggiato di lì a poco.
All’indomani di quella che è stata definita come una vera e propria rivoluzione in neurobiologia, è giunto il momento, per la filosofa, di esporre, riaprire e ricontestualizzare un concetto blasonato, quello di biopolitica, e di farlo da un punto di vista che nella specifica congiuntura attuale risulta carico di tensioni, aperto alle problematizzazioni, e perciò strategicamente decisivo per giocare la partita di una trasformazione possibile: si tratta della prospettiva dell’epistemologia scientifica, dei linguaggi e dei saperi sulla vita, insomma proprio quei saperi e quei poteri che Foucault, nella lettura proposta da Malabou, avrebbe analizzato e messo sotto accusa in quanto strumenti direttamente implicati nei processi di normalizzazione della società e di governo della popolazione.
È corretto, ed ha davvero senso, parlare di biopolitica nei termini di un potere sulla vita, nel contesto di un concetto di vita inevitabilmente ridisegnato dalla nuova biologia molecolare? Cos’è quel bios che fa da prefisso alla bio-politica? Cos’è e cosa può diventare quella politica che a sua volta ha a che fare col bios, nel momento in cui le nuove conoscenze in campo neurobiologico, trasformando sensibilmente l’approccio alla questione del vivente, costringono a rielaborare non solo i due termini, politica e vita, ma anche e proprio la relazione che per un verso li stringe e per altro verso sembra opporli?