Mariangela Milone, Istituzioni e biopolitica. Norma e plasticità tra Foucault e Malabou

Cosa diventa la biopolitica oggi, alla luce della plasticità della vita e delle forme soggettive?  Mutuata dal discorso neurobiologico, l’ottica della plasticità getta uno sguardo inedito sulle trasformazioni dei modi di vivere, ma anche sui punti di frizione dei sistemi di governo. Tra gli studi foucaultiani degli anni Ottanta sul bios e le più recenti ricerche di Malabou sulla plasticità, si apre uno spazio per ripensare la produzione di norme su uno sfondo relazionale ed affettivo, in sintonia con lo sguardo dell’ecologia politica e con le modalità contemporanee della riproduzione sociale. Se per Foucault il bios si definisce attraverso pratiche di amicizia e di cura, tecniche del sé e coraggio della verità, l’incontro tra biopolitica e plasticità consente oggi di ripensare la soggettivazione entro il rapporto tra vita, norma e istituzione: piuttosto che concepire la vita come semplice principio naturale o momento reattivo, sono i nuovi modi di vivere e di riprodursi a ridefinire, dall’interno, il quadro della costruzione normativa e dell’invenzione istituzionale.

Le letture di Butler e Malabou, stimolando le analisi foucaultiane sulla produzione di soggettività, hanno puntato l’attenzione su un insieme di elementi che sembravano situati su polarità opposte: attaccamento e distacco, normatività e limite, artificio e natura, sistema e individuo. Rimaneggiando tali concetti, le due pensatrici post-hegeliane sono riuscite a chiarire che un rapporto di reciproca coappartenenza, una tensione interna, produttiva, abita i processi soggettivi all’interno di sistemi relazionali viventi. La contraddizione attraversa queste dinamiche: una tonalità contraddittoria che riflette i modi in cui si producono le forme soggettive e si vanno trasformando quei modelli che “fanno storia”, quelli relativi al lavoro, alla proprietà e al governo. Questo modo di intendere i processi di produzione soggettiva e normativa segna una traiettoria che flette i principi di funzionalità necessaria, linearità, organizzazione, come già si era intravisto in Foucault.

Se Malabou e Butler hanno come referenti privilegiati Foucault (perché di fondo è Nietzsche che stringe le rispettive letture) e, soprattutto, Hegel, è impossibile, però, attraversare la dinamica interna alle discorsività richiamate, ai modi di concepire il cambiamento e il movimento del tempo, delle forme, degli spazi e, quindi, del bios, senza far intervenire la filosofia antidualista di Félix Guattari, un marchingegno che proprio da Hegel è sempre stato attento a tenersi alla larga. Ma, a questo punto, è chiaro: è solo da una certa interpretazione di Hegel che anche Guattari, come un po’ tutta la linea della filosofia politica francese del secondo dopoguerra, ha avuto cura di tenersi a distanza, e cioè dalla lettura “classica” di Hegel come filosofo della totalità e dell’Essere, della definizione conclusiva e funzionale, e non di meno come filosofo di quella sintesi organicistica che culmina nello Stato. In questo senso, allora, nonostante Hegel, o forse proprio in forza degli elementi ancora hegeliani di contraddizione e composizione, la nozione guattariana di macchina costituisce un tassello decisivo nella combinazione di idee che mira a usare plasticità e vulnerabilità come orizzonti per uno spazio politico, un allaccio tra sperimentazione di norme e di vita rivolto al presente e teso sul futuro. Le idee di cervello sociale e di rivoluzione molecolare, catturate dal terapeuta militante nelle virtualità delle componenti soggettive, diventano imprescindibili per approfondire le connessioni tra politiche del corpo, istituzioni viventi e norme di vita, forme di riproduzione sociale e tipi di modellizzazione soggettiva, mediate, certo, dall’organizzazione capitalista, ma non essenzialmente, e oggi ancor più che al tempo di Guattari.

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