Luca Padalino è assegnista di ricerca e docente a contratto presso l’Università degli Studi di Perugia. Ha studiato le forme narrative, editoriali e letterarie attraverso cui la cultura collettiva prende parola, con particolare attenzione alle sue declinazioni verbovisive. In tale prospettiva ha lavorato su testualità atipiche – come le narrazioni illustrate, amministrative e almanacchistiche – e sulla letteratura modernista. È attualmente impegnato nello studio delle pratiche narrative connesse ai racconti di comunità e alla valorizzazione del patrimonio culturale.
Nel 1992, su «Lettere Italiane», Carlo Ossola pubblicava il saggio Sul «prestigio storico» dei testimoni testuali, presentando, in avvio di trattazione, un caso da lui stesso definito come «curioso», e cioè la mancata registrazione, nell’edizione critica di Sentimento del Tempo di Giuseppe Ungaretti, così come altrove, di una variante a stampa della poesia poi inclusa nella suddetta raccolta con il titolo di Grido. La variante in oggetto, intitolata Settembre, veniva dal poeta pubblicata tra le pagine dell’Almanacco Letterario Bompiani 1932, all’epoca di mano di Valentino Bompiani e Cesare Zavattini. A dire di Ossola la lacuna, già esiziale in sé, poteva farsi cifra di una generale tendenza, propria della critica e della filologia italiane novecentesche, a favorire fin troppo le occorrenze manoscritte, specie se precoci, rispetto a quelle a stampa, lo scrittoio privato dell’autore «alla stamperia, all’edicola e alla libreria ove il testo prende forma sulla pagina e nella memoria del lettore». Ciò comportava la sostanziale rinuncia a capire:
non solo la storia della ricezione di un corpus testuale, ma liminarmente […] le ragioni di poetica, le scelte di intervento nel dibattito critico del tempo, rinunciare insomma all’accertamento, semplicemente, della presenza di un testo non solo nel cassetto dell’autore ma nella cultura del proprio tempo.
Insomma, a dire di Ossola trascurare la pista delle varie pubblicazioni a stampa precluderebbe l’opportunità di far propria la traiettoria nel campo dell’arte di una specifica firma, o, in altre parole, il come, il quando e il dove dei suoi interventi nell’agone culturale di un’epoca. Intento, questo, in cui la rivista si farebbe strumento privilegiato. Ora, nel magistrale argomentare di Ossola, qui solo a tratti riportato, è a nostro dire rilevabile una fondamentale aporia. Ed è questa: l’Almanacco Letterario Bompiani non è una rivista, bensì, come attestato fin dal titolo, un almanacco. Parrà a prima vista precisazione pedante, eppure, se è vero che l’atto creativo primigenio non è più importante del decorso pubblico che ne segue, e se la comprensione di quest’ultimo dipende in larga parte dallo studio delle scelte di intervento nel dibattito critico da parte dell’autore del caso, la scelta di farlo su di un almanacco in luogo che su di un periodico settimanale, un’antologia o una raccolta è cosa senz’altro dirimente. Non tenere in considerazione questo aspetto manifesta, infatti, di una visione sin troppo trasparente dell’atto comunicativo qui in essere – certo estranea a Ossola, sia chiaro – per cui tra emittente-autore e destinatario-lettore si porrebbe un canale, il periodico in tutte le sue possibili incarnazioni, che non esercita in sé alcun attrito sul messaggio, e della cui specificità formale non è dunque il caso di preoccuparsi. Eppure, basta porsi qualche domanda mirata per rendersi conto che le cose non stanno affatto così: perché, ad esempio, la variante presentata da Ossola rientra tra le pagine dell’Almanacco Letterario Bompiani proprio con un titolo a tema stagionale? Che rapporti vi sono tra questo titolo e il preciso luogo dello sfoglio in cui appare? E che dire, invece, della periodicità annuale dell’almanacco? Ha un ruolo nella scelta di Ungaretti? Se sì, quale?