La ricerca che qui si presenta ha inteso leggere la forma-almanacco come tipologia discorsiva di lunga durata, attraverso cui la cultura europea ha costantemente rielaborato il proprio modo di rappresentare e organizzare il tempo e la conoscenza. Per farlo ne ricostruisce la storia formale, dai prognostica astrologici del XVI secolo alle forme di larga circolazione sette-ottocentesche, quale esito di un dialogo continuo tra sedimentazione di usi pregressi e nuove necessità d’impiego. L’“almanaccare” si rivela così, nel corso del volume, in tutta la sua complessità: sottile pratica di previsione e orientamento, dispositivo d’ordine culturale e dunque politico, processo attraverso cui la conoscenza collettiva viene periodicamente rappresentata, rielaborata, raccontata e trasmessa. Combinando gli strumenti della semiotica della cultura, della narratologia e della storia delle forme, si è inteso allora affrontare tale complessità, giungendo infine all’elaborazione di un modello analitico – il “paradigma almanacchistico” – concepito come guida all’analisi formale di questo tipo di oggetti e, al tempo stesso, come invito alla loro riscoperta.
Il prognosticon – e valga per adesso quale termine ombrello ‒ è il prodotto delle competenze di una specifica figura intellettuale, il doctor astrologorum, dedita a interpretare i segni celesti e a restituirne per iscritto il senso disvelato. Si tratta di figure tradizionalmente apprezzate e ricercate, specie in epoca moderna (con un picco tra il XIV e il XVI secolo), frequentanti non a caso i centri del potere costituito – università, palazzi, corti ‒ in veste d’emissari di una disciplina antica, in cui si riflettono identità, paure e speranze della classe dirigente. Valga da esempio il Guido Bonatti dantesco, che, pur deturpato dalla pena infernale, è posto in continuità con l’onorevole pratica divinatoria già di Euripilo e Calcanta, coloro che, nell’affabulazione dell’Alighieri, indicarono con successo ai re greci il momento propizio «a tagliar la prima fune» verso la città di Troia. Ma di altri, celebri astrologi attivi e ammirati presso le corti rinascimentali sarebbe possibile fare esempio, da Luca Gaurico (1475-1558) a Gerolamo Cardano (1501-1578), da Niccolò Serpetro (1606-1664) ad Antonio Carnevali (1611-1678). Celebri figure, complice certo l’ausilio della stampa, che favorisce una rapida produzione e circolazione del libretto per l’anno, il prognosticon, appunto. Si tratta, nelle sue occorrenze a stampa, di testi piuttosto brevi – spesso di non più di una decina di fogli ‒ redatti e in latino e in volgare. Il loro scopo è quello di fornire pronosticazioni sul tempo a venire, da distinguersi in due tipi: pronosticazioni d’astrologia naturale, che riguardano cioè il clima, il variare delle stagioni, l’agricoltura e la salute; pronosticazioni d’astrologia giudiziaria, riguardanti peculiari avvenimenti nella vita futura di specifiche persone, perlopiù di grande rilievo politico e religioso. Tuttavia, la caratteristica principale – e per il nostro intento, essenziale ‒ del genere, già da tempo intesa (specie, come già detto, in ambito italiano), è la duplice, contrastiva tendenza alla ricorsività formale e alla drastica variazione contestuale.