Laura Follesa è ricercatrice presso l’Università degli Studi di Cagliari, dove coordina il progetto SchellingSLEEP, finanziato dal MUR (Young Researchers, Seal of Excellence). È stata Marie Skłodowska-Curie Fellow presso la Friedrich-Schiller-Universität di Jena con un progetto sul ruolo delle immagini in J.G. Herder. Le sue ricerche riguardano il pensiero tedesco tra XVIII e XIX secolo, con particolare attenzione ai rapporti tra filosofia, scienza e immagini.
L’appartenenza dell’uomo alla natura è rappresentata in Herder da un simbolo per eccellenza, cui egli ricorre per descrivere tanto la metamorfica vita della natura, quanto la vita dello spirito. Essa rappresenta anche un vero e proprio «linguaggio», con cui la divinità si manifesta all’uomo e che quest’ultimo può comprendere avvalendosi, inizialmente, anche del solo senso della vista. Grazie alla vista noi ci affacciamo al mondo, ne siamo incantati e proiettati in un’interminabile e inarrestabile serie di immagini; «il mondo» si presenta «a noi» come «un quadro», a cui non assistiamo come meri spettatori, perché qualcosa, in noi, ricrea quelle immagini anche quando esse non sono più presenti ai sensi. Coloro che nascono privi della vista non conoscono la luce e le forme che essa disegna, ma possono sfruttare altre vie, come l’udito e il tatto, per compensare tale mancanza e comprendere comunque il linguaggio della natura. Tra i differenti tipi di percezione sensibile sussistono delle variazioni che definiscono il diverso modo e i diversi «gradi di significato» con cui percepiamo la realtà.
Nel capitolo della Kalligone dedicato alla luce, ai colori e ai suoni, Herder immagina un ipotetico dialogo tra tre personaggi (A, B, C) in cui si tenta di spiegare la differenza tra il modo di conoscere del tatto rispetto alla vista. Il primo consente «con fatica», ma con una certa sicurezza, di «sentire» il centro di un determinato oggetto e a partire da esso di misurare rapporti di simmetria e di forza tra le parti dell’oggetto. Al contrario, la luce pone «tutto immediatamente davanti a noi attraverso linee e figure tracciate con chiarezza»; come una «mano magica», essa indica il centro, unisce il punto «più luminoso nell’occhio e nell’oggetto». I diversi «gradi di chiarezza e di oscurità» costituiscono mostrano inoltre il legame esistente tra le cose, il passaggio graduale dall’una all’altra, il loro condividere uno stesso spazio. Si può conoscere questo anche attraverso il tatto, ma “oscuramente” e in maniera graduale e mediata; eppure, la luce, quindi la vista, rivela gli oggetti come disegnandoli, con un grado di chiarezza ed immediatezza decisamente superiori.