«Chi non amerà, chi non onorerà queste forme del pensiero della dea che misura e che pesa, fondamento di tutta la bellezza e di ogni ordine delle forme del mondo?». Con queste parole Johann Gottfried Herder celebra la legge di Adrastea, principio di armonia che governa insieme il cosmo, la natura e la storia. Alla sua Adrastea, ultima grande opera pubblicata tra il 1801 e il 1803, egli affida un progetto ambizioso: comprendere il proprio tempo nel dialogo tra scienza, filosofia, poesia, musica e memoria del passato, nella convinzione che il sapere possa contribuire alla formazione e al miglioramento dell’umanità. Muovendo da questa prospettiva, il volume offre una nuova lettura dell’Adrastea, restituendole il posto che le spetta nel pensiero maturo di Herder. Attraverso un’analisi delle fonti, del contesto storico e delle relazioni con autori come Kant, Schelling e Swedenborg, emerge un’opera nella quale la luce diviene il principio simbolico che tiene insieme esperienza e immaginazione, conoscenza scientifica e creazione artistica. In una tale prospettiva, immagini, analogie e forme rappresentano una via privilegiata per comprendere il mondo e l’umanità.
La fortuna critica di Herder è, com’è noto, paradossale: figura decisiva per la cultura filosofica moderna europea, egli continua tuttavia a occupare una posizione periferica nella storiografia filosofica canonica, mentre trova maggiore accoglienza in ambiti quali la germanistica, la storia della cultura e la teologia. Negli ultimi decenni, tuttavia, si è assistito a una significativa ripresa dell’interesse filosofico per la sua opera, come testimoniano, tra gli altri, i lavori di John Zammito e Rachel Zuckert. In questo contesto, l’«Adrastea» è stata a lungo considerata un testo minore, se non una sorta di deviazione o declino rispetto alla produzione precedente. Solo più recentemente, anche sulla scorta delle indicazioni di studiosi come Michael Maurer, essa è stata riletta come parte integrante del percorso herderiano, sottraendola alla categoria interpretativa del “fallimento” e riconoscendone invece la funzione di condensazione teorica tardiva.
Rileggere l’«Adrastea» significa non soltanto accostarsi a Herder da una prospettiva insolita – attraverso il meno noto, il controverso, ciò che è stato a lungo marginalizzato nella sua ricezione – ma anche seguire, a partire dalla pluralità di spunti offerti dalla rivista stessa, una serie di percorsi che consentono di collocare più precisamente quest’opera nel contesto del primissimo Ottocento. In questa prospettiva, l’«Adrastea» emerge come uno strumento di mediazione e confronto, in cui si intrecciano figure e problemi che attraversano la cultura filosofica e scientifica dell’epoca – anche nel caso di personalità e intellettuali a cui Herder rimanda in modo soltanto implicito, come il giovane filosofo Friedrich Wilhelm Joseph Schelling.
[Dall’Introduzione]