Pierre Macherey, La parola universitaria

La parola universitaria è un libro che trae origine dalla crisi che attraversa l’istituzione universitaria, dominata da una retorica dell’eccellenza e da una logica aziendalistica che ne hanno snaturato le finalità universalistiche. Ma piuttosto che «difendere» un’idea astratta di università, Macherey preferisce soffermare la sua analisi sui «discorsi» che si sono tenuti su di essa, per misurare lo scarto che si è scavato tra una certa idea di università e la sua realtà in quanto cosa, immersa nei conflitti che attraversano tutte le istituzioni dedicate alla riproduzione sociale. A parlare di essenza dell’università, con la convinzione di poterne delineare il senso e le finalità, sono sempre stati i filosofi, come Kant, Hegel e Heidegger su cui si sofferma la prima parte del libro. Diversa, invece, la prospettiva di quei discorsi che hanno fatto propri gli strumenti della psicanalisi (Lacan) e della sociologia (Bourdieu/Passeron), più attrezzati a cogliere la valenza delle pratiche universitarie in termini di potere e di differenziazione sociale. Infine, attraverso l’analisi di alcune opere letterarie che ne hanno fatto un tema di narrazione (Rabelais, Hardy, Hesse, Nabokov), è possibile dare ai discorsi sull’università un banco di prova ampio e ricco di elementi, come lo sguardo che solo la grande letteratura riesce ad avere sul mondo. Se l’università, in quanto realtà storica, è soggetta a cambiamenti che possono metterne in pericolo la stessa esistenza, come sembra avvenire nella nostra contemporaneità, ripercorrere in maniera critica i momenti più significativi del dibattito intellettuale che essa ha suscitato è il presupposto per poter inventare nuove forme di università, senza la quale non esisterebbe quel patrimonio comune di conoscenze e di senso critico attraverso cui una società esiste e progredisce.

Nel corso della sua carriera movimentata, durante la quale intrattenne delle relazioni particolarmente difficili con le istituzioni del tempo, quale che ne fosse il profilo, senza rinunciare però a far rientrare la sua pratica nell’ambito di istituzioni originali, «società», «scuole», ecc., di cui, avendole create lui stesso, avesse il controllo pieno e intero, Lacan, il cui lavoro non beneficiò di alcun riconoscimento ufficiale, che non aveva del resto sollecitato, non cessò di avvicinarsi e di allontanarsi dall’Università, avendo nei suoi confronti un’infatuazione abbastanza perversa in cui l’amore contrastato sembrava prendere il sopravvento sulle figure consensuali dell’intesa cordiale. Si ha una buona testimonianza di questi rapporti ambivalenti nelle sedute del seminario del 1954 dedicate ad una rilettura del testo di Freud sulla Verneinung, lettura per la quale Lacan si era assicurato il contributo di Jean Hyppolite, all’epoca grande specialista universitario di studi hegeliani, che era anche uno dei suoi uditori regolari. In quell’occasione, Lacan sfruttando tutte le sottigliezze di una drammaturgia sofisticata di cui lui tirava le fila, aveva giocato al gatto e al topo con il suo invitato, che apparentemente non si era accorto di nulla, nel corso di una cerimonia che associava riconoscimento e condanna, ritrosia e seduzione, riverenza e colpo di mano, in un ambiente pieno di sottintesi che riassumeva bene lo spirito delle sue relazioni molto complicate con il mondo universitario. In fondo, Lacan nutriva una grande diffidenza, perfino disprezzo verso tutto ciò che veniva da quel mondo, col quale non voleva in alcun modo compromettersi: temeva in particolare di veder inglobato il suo messaggio a discapito della sua prima autenticità, come dimostrava in maniera imbarazzante il modo in cui le sue idee gli ritornavano tramite i lavori universitari che, normalizzandole per meglio accreditarle, si concedevano il lusso, per lui indifendibile, di sfigurarle e banalizzarle. Ma allo stesso tempo, non poteva fare completamente a meno dell’assistenza materiale che l’Università poteva fornirgli, non evidentemente sotto forma di contributi didattici che potessero essere ripresi e assimilati alla lettera, cosa che non voleva in nessun modo, ma perché poteva servirgli da paravento nel gioco sottile che conduceva tra l’altro con i suoi colleghi della psicanalisi, che fossero avversari o discepoli, nei confronti dei quali intratteneva delle relazioni ambivalenti di cui doveva controllare scrupolosamente le conseguenze: riguardo ai discepoli, aveva cura di tenerli saldamente in mano, dispensando loro la buona parola attraverso l’insegnamento che dava all’interno di locali messi a disposizione generosamente da istituzioni come l’Ecole normale supérieure o la facoltà di diritto, in cui officiava, in anfratti secondari di istituti universitari che lo tolleravano o che egli sfruttava, quando non ne era brutalmente e inopinatamente cacciato – cosa che gli capitò a più riprese –, e di cui intendeva sfruttare a suo vantaggio le contraddizioni facendo loro in contraccambio un minimo di concessioni.

Tutto ciò rimase nell’ordine del non-detto, in forma di provocazioni o di battute a metà dissimulate e dichiarate, formulate a denti stretti e destinate ad essere decrittate da alcuni iniziati, fino a che, sulla scia degli avvenimenti del ’68, Lacan si decise ad esplicitare la sua posizione al riguardo, cosa che fece nel seminario su L’envers de la psychanalyse del 1969-1970. In esso sviluppò la «teoria dei quattro discorsi», tra cui il «discorso universitario», come lo chiama, costituisce, accanto al discorso del maestro, al discorso dell’analista e al discorso dell’isterico, una delle figure polari. Accreditandola di una forma di discorso specifico, suscettibile di essere collocata al posto che gli spetta, in una topica generale dei discorsi, Lacan, in un momento in cui l’Università attraversava una grave crisi nella quale si trovava anch’egli suo malgrado implicato, cominciava a regolare i conti con essa segnando i limiti nei quali le sue attività si condannavano, per la loro sistematica, a restare racchiuse. Quell’università, di cui si proponeva di smontare il falso prestigio facendola scendere dal piedistallo – il suo personale contributo alla lotta condotta all’epoca da parte di coloro che la contestavano attaccandola su altri lati – non era propriamente l’Università reale, colta nei suoi contorni oggettivi, come potevano fare degli storici, dei sociologi o degli analisti politici, ma era innanzitutto un simbolo repellente, un’istanza mitica refrattaria alla varietà del reale, come un modello teorico suscettibile di essere ricostituito a priori, su un piano generale, senza tener conto delle condizioni reali che ne determinano l’esistenza concreta. Adottando questo punto di vista, Lacan aggirava l’obbligo di giustificare l’analisi riferendosi a dei dati osservabili e calcolabili, che potessero alterarne il rigore formale. È dunque ad un’Università ideale, esistente in teoria, piuttosto che a un’istituzione materialmente conforme, che si riferiva la sua nozione di «discorso universitario», che doveva così servire da vettore ad una critica globale, resa senza dubbio profondamente ingiusta dalla sua radicalità. Ma ciò non impedisce che questa critica, modulata in rapporto a qualunque realtà empirica, presenti un notevole interesse, in ragione dei suoi stessi eccessi, da cui si libra la rappresentazione di una sorta di Università in sé, ricondotta al suo schema ideale.

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201430apr2:00 pmUniversa. Recensioni di Filosofia: Pierre Macherey, La parola universitariadi Girolamo De Michele2:00 pm Universa. Recensioni di filosofia, PadovaRassegna stampa:La parola universitaria

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