Pierre Macherey

Pierre Macherey, professore emerito all’Università di Lille III, è attualmente animatore dell’Unité Mixte de Recherche (UMR) del CNRS “Savoir Textes Languages”. Allievo di Louis Althusser, col quale collabora a Lire le Capital (1966), ha insegnato negli anni 60 e 70 all’Università di Paris I, concentrando il suo impegno di storico della filosofia in un’originale rilettura di Spinoza (Hegel ou Spinoza, 1979), in cui confluivano molte suggestioni teoriche dello strutturalismo e del marxismo althusseriano. In seguito si è interessato allo statuto della filosofia nella Francia ottocentesca, a riletture di Marx, Canguilhem e Foucault, alle valenze filosofiche della quotidianità e dell’utopia, aprendo sempre la propria riflessione filosofica agli apporti più innovativi delle scienze umane. Tra le sue opere tradotte in italiano ricordiamo Per una teoria della produzione letteraria (1969), Jules Verne o il racconto in difetto (2011), Da Canguilhem a Foucault (2011).

LUniversità dei filosofi, di cui si è cercato di dare un’idea rileggendo dei testi firmati dai nomi prestigiosi di Kant, Hegel e Heidegger, è l’Università come la vedono persone che non soltanto ne offrono una rappresentazione idealmente ordinata intorno ad un centro, ma pretendono occupare effettivamente tale centro, cosa a cui li predestina, secondo loro, la vocazione essenziale della filosofia: il loro punto di vista, segnato dallo sforzo di intrattenere un rapporto intimo con la cosa universitaria, è quello dell’interiorità, da cui si sentono autorizzati a farsi garanti, in pratica, della confisca di questa cosa che considerano loro, che appartiene loro così come loro appartengono ad essa. A ben riflettere, questa posizione, prima ancora che abusiva, è di un’ingenuità imbarazzante: se l’Università è una cosa è proprio perché non è di nessuno, e del filosofo meno che di altri forse. È ciò che emerge se si rivolge a questa cosa uno sguardo che abbia deposto i fantasmi dell’appartenenza e della familiarità: essa appare allora sotto tutt’altra luce, una luce cruda, forse anche crudele, che smonta le evidenze di cui si era accreditata in maniera surrettizia. Una cinquantina di anni fa questo atteggiamento fu adottato, in Francia, da persone come Lacan o Bourdieu e Passeron che perlomeno avevano questo in comune, di non aver progettato di riflettere sull’essenza eterna della res universitaria, ma di aver intrapreso altre vie per demistificarla rispetto a quelle della filosofia, di cui, per buone o cattive ragioni, diffidavano profondamente. Si sono così sollevati interrogativi ispirati, direbbe qualcuno come Ricoeur, dal sospetto: per esempio, si è cominciato a chiedersi se il discorso tenuto all’Università è, come preteso, un discorso di verità, che dispiega i suoi significati su un unico piano in cui si offre ad una comprensione integrale, o se comporta degli sfondi nascosti, alla luce dei quali si rivela essere tutt’altra cosa, per esempio un discorso di sottomissione che intrattiene un rapporto criptato con l’autorità, un’autorità il cui punto di ancoraggio è da determinare. A che cosa serve tale discorso? A diffondere un sapere o ad esercitare un certo controllo delle idee? Tra queste due opzioni estreme, occorre del resto decidere? La questione non è piuttosto di sapere come, nel quadro offerto da una tale maniera di parlare, queste due finalità si legano inestricabilmente tendendo verso la produzione di effetti che, invece di escludersi, si confermano reciprocamente tra loro? Le attività corrosive di una psicanalisi e di una sociologia dell’Università, pur senza convergere, si sono così incontrate, attirando l’attenzione su questo problema particolare delle forme di espressione in uso all’Università, di cui hanno valorizzato l’importanza. Confrontando i risultati ai quali sono pervenuti, su questo punto preciso, ricerche le cui aspettative erano molto lontane, si ha forse una possibilità di vederci un po’ più chiaramente riguardo alle difficoltà reali che l’Università deve affrontare su un piano in cui le sue procedure non possono più pretendere all’univocità che rivendicano in principio.

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