Joseph Horowitz (New York, 1948) è un eminente storico della cultura e musicologo, già critico musicale del «New York Times». Autore di opere fondamentali sulla storia della musica classica americana, ha diretto la Brooklyn Philharmonic e co-fondato il PostClassical Ensemble. Attualmente prosegue la sua attività come saggista, romanziere e produttore di progetti culturali interdisciplinari.
Poco dopo aver incontrato per la prima volta Arrau, nel 1976, sono stato invitato ad assistere alla prova del Concerto n. 3 per pianoforte e orchestra di Beethoven alla Avery Fischer Hall di New York.
Elegante e molto composto, Arrau al pianoforte relegò la svogliata New York Philarmonic a banale sfondo per una vicenda dell’anima. Dopo, in camerino, ci furono delle lamentele per la pigrizia dell’orchestra. «Suoneranno meglio in concerto» diceva Arrau. «Alla prova gli orchestrali sono sempre approssimativi». «Claudio Arrau non suona mai in maniera approssimativa?» ha chiesto qualcuno. «Non posso!» ha risposto lui con lo sguardo atterrito e il volto ardente di emozione.
Quest’immagine dell’artista in preda alle proprie emozioni l’ho ritrovata più volte nel corso della nostra frequentazione. Anche il suo modo di salutare è di una franchezza assoluta: sembra incapace di essere formalmente gentile o scortese. Nonostante la personalità spiccata e la forte tensione del suo intimo, è un uomo tenero e garbato.
Né il suo inglese, che reca tracce di spagnolo e di tedesco, né la sua mutevole fisionomia servono a definire la sua origine. In realtà Arrau si è fatto strada nel mondo in maniera insolita. Chillán, in Cile, dove è nato nel 1903, era una cittadina molto lontana da Santiago. Sua madre, che aveva già 43 anni ed era sposata da 21, insegnava pianoforte. Arrau non ha mai conosciuto suo padre e sembra che abbia imparato a leggere la musica praticamente da solo, prima di saper leggere l’alfabeto. Quando aveva otto anni è andato a studiare all’estero grazie ad una borsa di studio accordatagli dal Congresso cileno. A Berlino, dove si stabili con madre, fratello e sorella, divenne l’allievo prediletto di Martin Krause, un autoritario maestro che aveva studiato con Liszt. La sua fama si allargava: suonava per re e regine, con Arthur Nikisch e Fritz Steinbach. Poi, nel 1918, Krause morì e il cammino di Arrau si arrestò. Abbandonato nella Berlino del dopoguerra, non riuscì a organizzare la propria carriera e neppure a provvedere a sé e alla famiglia. Una tournée, non conclusa, negli Stati Uniti nel 1923-24 lo lasciò senza un centesimo. Quasi sul punto di rinunciare al suo futuro di pianista, cercò aiuto nella psicoanalisi. Piano piano si rifece una reputazione e il suo carattere si rafforzò. Nel 1935-36, con una indimenticabile prova di memoria e resistenza, ha eseguito l’integrale per clavicembalo solo di Johann Sebastian Bach in dodici concerti. Nel 1937 ha sposato Ruth Schneider, un mezzosoprano di Francoforte, e se ne è andato dall’appartamento che divideva con la madre e la sorella. La seconda guerra mondiale ha portato Arrau negli USA, nel 1940-41.
I suoi impervi itinerari artistici, gli ampi programmi e l’eclettismo del suo repertorio sono stati a lungo un marchio caratterizzante. Ancor oggi tiene una settantina di concerti per stagione. La sua casa è a Douglaston, alla periferia di New York, a mezz’ora da Manhattan, ma lui c’è di rado. Ha una casa di campagna nel sud del Vermont, quattro miglia fuori del villaggio di Weston (500 abitanti), ma vi trascorre ancora meno tempo. Il suo entourage è straordinariamente ridotto. I tre figli di Arrau sono Carmen, nata nel ’38, che vive a Springfield nel Massachusetts e lavora in uno studio legale; Mario, nato nel ’40, una volta domatore di cavalli selvaggi nel suo rodeo del Vermont ed ora maniscalco in Florida; Christopher, nato nel ’59, studente all’università del Vermont. Oltre a sua moglie le persone più intime sono William Melton, un allievo che spesso l’accompagna in tournée, ai concerti e a teatro, e Friede Rothe, sua manager sin dal 1941, custode devota, consigliera e capo-claque.

