Johann Heinrich Lambert

Johann Heinrich Lambert, (Mulhouse, 26 agosto 1728 – Berlino, 25 settembre 1777), è stato un matematico, fisico, astronomo e filosofo tedesco contemporaneo di Eulero. Fu un pioniere della geometria non euclidea. Nel campo della fisica ha lasciato importanti contributi in fotometria. A Lambert è inoltre attribuita la prima dimostrazione dell’irrazionalità di pi greco (1768). Tra le sue opere disponibili in italiano: Semeiotica e Fenomenologia. Antologia dal Nuovo Organo (Laterza, Bari 1973), Nuovo Organo (Laterza, Bari 1977).

Nella conoscenza umana c’è una buona quantità di concetti per i quali non si può dire che essi sarebbero certe parti singole della medesima o comparirebbero soltanto in scienze particolari. E proprio questi concetti ci indicano proposizioni e domande che sono egualmente applicabili a tutte le singole parti della nostra conoscenza e perciò si presentano anche in gran parte già nella conoscenza comune o non scientifica. Tra esse possiamo annoverare come altrettanti esempi i concetti: cosa, uno, qualcosa, possibile, reale, necessario, intero, parte, qualità, quantità, ordine, essere, non essere, ecc.; parimenti le proposizioni: qualcosa non può essere e non essere nello stesso tempo; una cosa è ciò che [I, 2] è; ogni reale è possibile in sé, ecc, e così anche le domande: che cosa? perché, se? ecc.

Aristotele, che si occupò di portare in una forma scientifica, per quanto potesse in quel tempo, le singole parti della conoscenza umana, osservò questa universalità di alcuni concetti, proposizioni e domande, cercò di trarli fuori in particolare e di esporli in un sistema, che egli o già uno dei suoi predecessori chiamò metafisica. Questo nome il sistema ha conservato finora, nonostante in parte per la forma avesse subìto a volte modificazioni, in parte fosse stato ampliato con alcuni punti.

L’applicabilità universale di un tale sistema sembrò promettere molti vantaggi. Esso dovette contenere i primi principi dell’intera conoscenza umana e vi fu stabilito e fissato una volta per sempre ciò che non poteva più essere stabilito nuovamente in ogni caso che si presentava, ma che poteva essere semplicemente applicato. Tali sono i pregi dell’algebra e della geometria, e tali dovettero essere anche i pregi della metafisica.

Sembra che Aristotele abbia avuto incontestabilmente questo scopo. I primi passi sono sempre difficili, e in sua lode si può dire che egli ha spianato la via, ha rotto il ghiaccio. I suoi [I,3] seguaci, che avrebbero dovuto dar compimento a questa prima base con maggiore finezza e andare oltre, non poterono cominciare ad attuarlo, perché si raffigurarono Aristotele come un oracolo infallibile, che ha indicato loro pure verità e tutte in una volta. Essi trasformarono la sua metafisica in un registro di parole, distinzioni e questioni che servirono tutte più a rendere maggiormente oscura, confusa e incerta la conoscenza umana che a mettere in una luce più chiara i suoi principi universali e ad avvicinarli all’applicazione. In questa situazione la metafisica rimase per molti secoli e alla fine diventò oggetto di scherno e disprezzo. La si giudicò, considerata da un lato diverso e più importante, come un mare in cui chi vi si avventurava non poteva né riuscire a navigarlo del tutto né ritornare in porto, e in cui o non si doveva iniziare ad attraversarlo o si doveva attraversarlo interamente.

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