L’Architettonica rappresenta il tentativo più imponente e più organico, compiuto nell’età moderna da Cartesio a Wolff, di fondare un’ontologia scientifica. Il metodo impiegato da Lambert è una sintesi tra l’assiomatica euclidea e l’arte combinatoria leibniziana. Come Euclide muove dallo spazio scomponendolo nei suoi elementi semplici (punti, linee, angoli, ecc.), così Lambert prende il primo e il semplice di ogni parte della conoscenza umana per darne una trattazione combinatoria e, in definitiva, per attuare quel progetto di una “matematica universale” che prima Cartesio e dopo Leibniz, sia pure in modo diverso, avevano cercato di realizzare. La prima parte dell’Architettonica è dedicata ai concetti semplici, ai primi principî e ai postulati dell’ontologia. La seconda e la terza parte dell’opera trattano di una sfera “ideale” e una sfera “reale” dell’ontologia. La sfera ideale concerne la dottrina dei generi e delle specie, il principio di non contraddizione, il qualcosa e il nulla, i concetti di necessità, di verità logica e verità metafisica, di ordine e perfezione. La sfera reale riguarda il solido e le forze, che sono la base dei rapporti ideali e fanno sì che essi non siano un mero sogno. La quarta e ultima parte concerne la quantità. In essa non si tratta di una filosofia della matematica che si lasci confrontare con le indagini ontologiche condotte nelle altre parti dell’opera come una parte separata, autonoma. Piuttosto, senza limitare l’orizzonte della considerazione alle scienze matematiche, essa ha per oggetto i concetti semplici che sono alla base di queste.
Nell’Architettonica Lambert non polemizza con gli esponenti, sopra menzionati, del movimento antiwolffiano, ma si limita ad affermare che, a volte, si trovano filosofi senza alcuna conoscenza della matematica e, viceversa, matematici senza conoscenza filosofica, con la conseguenza che gli uni respingono gli altri; che le lacune che gli uni dovrebbero colmare nella conoscenza degli altri non sono colmate e così essi non sono utili né alla filosofia né alla matematica e, in nessun modo, alla verità. E spesso si incorre nell’assurdità di ritenere che il filosoficamente vero sia matematicamente falso, e viceversa, come se una verità debba confutare l’altra. Lambert, invece, è fermamente convinto che non sarà possibile attribuire alla conoscenza filosofica il nome di conoscenza scientifica, se essa non è nello stesso tempo assolutamente matematica. Infatti le determinazioni semplici che il filosofo deve ricercare, se vuole conseguire la completa evidenza, sono proprio quelle che il matematico utilizza come dimensioni.
Il problema della materia prima della nostra conoscenza occupa un posto centrale nella riflessione di Lambert, la cui posizione storica e teoretica nel panorama filosofico tedesco è caratterizzata dal tentativo di operare una sintesi tra ragione ed esperienza sensibile o, come egli dichiara esplicitamente, tra Wolff e Locke.
La materia prima della conoscenza umana è costituita dai concetti primi e semplici. Ad essa Lambert dedica l’intera Alethiologia del Nuovo Organo e la seconda parte dell’Architettonica, che già nel suo sottotitolo Teoria del primo e del semplice nella conoscenza filosofica e matematica anticipa la centralità di questa tematica nella filosofia di Lambert.
I concetti semplici devono costituire l’inizio dell’ontologia e possedere i seguenti requisiti: a) devono contenere un’unica nota sotto cui li rappresentiamo, in modo che è esclusa a priori una contraddizione, per la quale sono richieste almeno due note; b) devono essere messi a base della derivazione di tutti gli altri concetti da loro composti e delle proposizioni che si fondano sul processo di combinazione concettuale; c) devono trovare confermata la loro pretesa alla validità oggettiva esclusivamente in una critica della nostra conoscenza percettiva (che Lambert conduce nella Fenomenologia del Nuovo Organo), e così essere dimostrati come la base materiale della nostra conoscenza.
Oltre a essere esenti da contraddizione, i concetti semplici sono pensabili di per sé; e la loro pensabilità è la garanzia della loro possibilità e della loro verità materiale. Così per Lambert, come per Leibniz, possibilità e pensabilità dei concetti sono equivalenti, con la conseguenza che, essendo pensabili, essi sono del tutto indipendenti dall’esperienza, di modo che, anche se ne siamo debitori all’esperienza, questa ci fornisce soltanto l’occasione per averne coscienza. Ma, dopo che ne siamo coscienti, non abbiamo bisogno di andare a reperire il fondamento della loro possibilità nell’esperienza, perché la possibilità è garantita già dalla semplice rappresentazione. Tale indipendenza è, per Lambert, un requisito indispensabile della conoscenza a priori nel senso più rigoroso.
Oltre a essere semplici e pensabili in modo immediato, i concetti fondamentali sono necessariamente “note di se stessi” e la loro rappresentazione ci impone un’inevitabile uniformità. Inoltre sono assolutamente chiari, in quanto che sono privi di parti e quindi non hanno in sé nulla che si lasci distinguere. Essendo privi di note interne, essi non possono nemmeno essere indicati nella definizione, la quale non può servire per lo sviluppo del loro contenuto rappresentativo. Inoltre la definizione “non è utile nemmeno per rendere conoscibile il concetto, perché esso è assolutamente chiaro e non possiede note comuni, e deve essere ottenuto soltanto con la sensazione”. Di conseguenza, si cadrebbe in un circolo se si volesse definirli.
[Dall’Introduzione di Raffaele Ciafardone]