Giovanni Mascaretti è attualmente cultore della materia in Storia delle Dottrine Politiche presso l’Università degli Studi di Firenze. Membro del comitato editoriale della rivista «Foucault Studies», ha ricoperto ruoli di ricerca e insegnamento presso università in Italia, Inghilterra e nella Regione del Kurdistan Iracheno. Autore di diversi saggi dedicati al pensiero di Foucault, ha inoltre realizzato la prima traduzione completa in inglese della conferenza La filosofia analitica della politica.
A mio avviso la concezione foucaultiana della resistenza necessita di un’integrazione fondamentale, che potrebbe provenire dalla teoria sociale di Adorno. Ciò diventa evidente se si considera che l’attenzione di Foucault per l’interazione storicamente contingente tra tecniche di dominio e tecnologie del sé lo porta a trascurare in larga misura quelle esperienze sociali negative incluse nella categoria della “sofferenza sociale”. Pur essendo consapevole della sofferenza causata da varie forme di oppressione, McNay ha ragione a notare che Foucault fornisce risorse limitate per teorizzare gli effetti psicologici, corporei ed emotivi associati all’interiorizzazione dei meccanismi di potere. Dal suo punto di vista, Foucault enfatizza eccessivamente le possibilità etico-politiche di trasformazione del presente a scapito di un’analisi fenomenologica delle esperienze di sofferenza sociale derivanti dall’esposizione differenziata alla dominazione, alla precarietà e all’esclusione. Detto altrimenti, ciò che l’appello di Foucault a un ethos agonistico della libertà sembra presupporre è la capacità e la disponibilità dei soggetti a impegnarsi in pratiche di resistenza contro gli apparati di potere che plasmano la loro vita, mentre, in effetti, le disposizioni emotive, psicologiche e sociali necessarie per un’azione di opposizione sono spesso precluse da condizioni di ingiustizia e assoggettamento percepite come inesorabili e paralizzanti. Ora, la mia opinione è che questo divario tra la sua esortazione a un’etica radicale della creatività e le esperienze negative dei governati possa essere colmato arricchendo il lavoro di Foucault con quella che potrebbe essere chiamata la “politica della sofferenza” di Adorno.
Come sottolineato da Renault, l’obiettivo del progetto interdisciplinare di Adorno è elaborare una spiegazione dialettica delle ragioni oggettive delle esperienze soggettive derivanti dalla subordinazione degli individui alle strutture istituzionali e ai meccanismi culturali della «totalità sotto la quale tutti noi soffriamo». In effetti, Adorno sostiene che «il bisogno di dar voce al dolore è la condizione di ogni verità. Infatti, il dolore è oggettività che pesa sul soggetto; la sua esperienza più soggettiva, la sua espressione, è oggettivamente mediata». Adorno, dunque, rivela come le esperienze psicosociali di sofferenza non siano altro che sintomi di un diffuso senso di malessere, vulnerabilità e disperazione generato dall’esposizione alle patologie sociali che affliggono il nostro mondo reificato. Probabilmente, questo punto emerge con maggiore chiarezza nella sua discussione sull’illibertà della società capitalistica: fintanto che gli individui vivono nell’illusione ideologica di essere autonomi, scrive Adorno, «la coscienza apprende il proprio momento d’illbertà solo dagli stati patologici come le nevrosi ossessive». Oggigiorno, pertanto, la libertà può essere concepita solo come «la controfigura polemica della sofferenza causata dalla coazione sociale, l’illibertà come la copia di questa». In questo senso, la sofferenza non è solo la raison d’être della filosofia come impresa intellettuale orientata a comprendere «perché il mondo – che potrebbe essere un paradiso qui e ora – può diventare l’inferno vero e proprio domani». La sofferenza rappresenta anche il motivo affettivo che rende possibile il salto dalla teoria alla prassi. Esprimendo il momento di non-identità che incrina la totalità socio-simbolica dell’ordine capitalistico, infatti, la sofferenza è il contenuto esperienziale di ciò che Adorno denomina «il momento morale aggiuntivo» del pensiero critico: un impulso somatico di ripulsione nei confronti dell’ingiustizia del mondo come fonte di agonia insopportabile, che costituisce la giustificazione potenzialmente revocabile per intervenire nella realtà sociale con il fine di trasformare lo status quo ed eliminare, o almeno alleviare, la sofferenza. In altre parole, la messa in luce di esperienze generalizzate e ordinarie di sofferenza attraverso il lavoro della critica ha due funzioni nell’opera di Adorno. Da un lato, rende possibile chiarire come il dominio, l’ingiustizia, lo sfruttamento e la miseria che caratterizzano la società ineguale del tardo capitalismo vengano interiorizzati sotto forma di sentimenti radicati di alienazione, impotenza, disperazione, precarietà e rassegnazione, che spesso vengono messi a tacere e spingono gli individui all’acquiescenza.

