Sono trascorsi quarant’anni dalla scomparsa di Michel Foucault. Da allora, il corpus foucaultiano e i suoi utilizzi non hanno fatto che moltiplicarsi, diffondersi e diffrangersi, incontrando sulla loro strada movimenti sociali, studi post-coloniali e di genere, letterature e torsioni filosofiche inattese.
Questo volume, dal respiro internazionale, si propone di tracciare un bilancio e di esplorare alcune tra le frontiere più vivaci del foucaultismo contemporaneo.
Saggi di: Pietro Barbetta, Jean-François Bayart, Renato Busarello, Judith Butler, Eleonora de Conciliis, Jurandir Freire Costa, Ruby Faure, Paola Gandolfi, Béatrice Hibou, Orazio Irrera, Daniele Lorenzini, Giovanni Mascaretti, Lorenzo Petrachi, Arianna Sforzini, Mohamed Tozy, Enrico Valtellina, Federico Zappino
A dispetto di quanto ci si poteva attendere – e dei fantasmi di chi non ha mai smesso di denunciarne l’attualità infesta per meglio scongiurarla – il nostro secolo non è mai stato foucaultista. Le bibliografie dei corsi universitari, i sottotitoli dei progetti di tesi, la formulazione degli interrogativi di ricerca e i caratteri impressi sui dorsi delle nuove uscite in libreria testimoniano l’esacerbarsi di un processo tutto italiano e di lungo corso, mentre le pagine delle riviste generaliste confermano l’impressione che il nome di Michel Foucault, qui da noi, non gode di buona stampa. Basterebbe però un piccolo passo laterale, intendere il “secolo” «nel senso cristiano del termine, vale a dire l’opinione comune contrapposta agli eletti», spostare lo sguardo dai dipartimenti di filosofia ai movimenti sociali, dalle citazioni testuali al lessico della rivolta, per ribaltare completamente la diagnosi. Se il nostro secolo non è certo foucaultista, è solo al prezzo di gravi omissioni che non lo si dirà foucaultiano.
Cogliere il senso e le implicazioni di questo stato di cose è il proposito di questo volume, un proposito che non può che realizzarsi in soluzioni eterogenee, frammentarie e assiologicamente parziali. In termini appena diversi, lo si potrebbe riassumere così: interrogarsi su cosa voglia dire scrivere a valle – o ad ogni modo non a monte, potremmo dire “in franata” – rispetto a un evento che, pur non riducendosi in alcun modo al pensiero di Foucault, può portarne comprensibilmente il nome. Lo esprime il titolo, Quarant’anni e poi, che aggiorna e raddoppia quello di un libro di conversazioni piuttosto atipico nel quale il filosofo – anonimo e più che mai sbottonato – si confronta con le esperienze e le prospettive di un suo amante poco più che ventenne, Thierry Voeltzel, la cui disinvoltura sembra annunciare l’avvento di un mondo profondamente e inconsapevolmente mutato.
In Vent’anni e poi, l’“e poi?” rimandava precisamente a questa rottura dell’orizzonte temporale, a una modalità di «vivere il tempo altrimenti» legata alla messa in discussione di quella «sorta di teatrino» nel quale «si recita un po’ come delle marionette che cambiano a seconda delle ore e dei giorni» ma nel quale «alla fine si arriva ai trent’anni, o in ogni caso si arriva ad avere dieci anni in più, un teatrino al quale nessuno crede e che tutti trovano un po’ ridicolo, ma che in definitiva tutti recitano». Un teatrino che sembra crollare insieme a una visione della politica e della storia che trova nella rivoluzione – nella sua morfologia, nella sua desiderabilità e nella sua attesa – il suo principio di intelligibilità e il suo criterio di organizzazione. Una visione, bisogna specificarlo, che è anche e fondamentalmente quella etero-marxista, lineare, progressiva e unidirezionale, che richiede di sacrificare la propria vita nell’immediatezza in nome di un futuro alternativo dove, finalmente, sarà possibile una vita migliore. Al militante triste che rassicura, «del piacere parleremo dopo, dopo la rivoluzione», Voeltzel chiosa: «ma se dobbiamo attendere la rivoluzione per parlare del piacere potremmo dover aspettare a lungo…». È sempre questa visione che Foucault, in alcune interviste degli anni Settanta, arriva a far coincidere con la politica stessa, o quantomeno con la sua declinazione moderna, ed è rispetto a questa che il filosofo, previa auscultazione – assolto dunque il suo compito eminentemente diagnostico –, non può che suonare la campana da morto.
A fondamento di questa diagnosi, lo scatenarsi di lotte polimorfe che, più che a un programma o a una necessità storica, rispondono alle esigenze di una destabilizzazione immediata e si dimostrano in grado di far emergere possibilità politiche impreviste: lotte all’interno del sistema sanitario, negli ospedali pubblici, nelle istituzioni psichiatriche, nelle prigioni, nelle scuole, nelle università e contro il nucleo familiare; lotte anticoloniali e anti-imperialistiche, antirazziste, ecologiste, femministe, di liberazione sessuale, dei minori, e molte altre ancora. È a queste lotte trasversali, immediate in un senso spaziale e temporale, rivolte agli effetti di potere in quanto tali, dunque allo statuto dell’individuo e al sapere, alla competenza e alla qualificazione, che il nome di Foucault è inevitabilmente connesso.
La constatazione da cui prende le mosse la presente raccolta è che questo campo di lotte aperto, plurale, precario e indefinito è ancora il nostro, con tutte le ambiguità che permettono a volte di confonderlo, a volte di renderlo compatibile, con il presentismo neoliberista. A quarant’anni di distanza dalla morte di Michel Foucault – e dalla pubblicazione del secondo e del terzo volume della sua Storia della sessualità – non si tratta pertanto di tirare le somme per dare una valutazione complessiva dell’opera. Piuttosto, si tratta di muovere dal presente cui questa, in un modo o nell’altro, inerisce, per comprendere se e come possa aiutarci a proseguire le lotte, moltiplicandone gli usi oltre e forse contro la lettera foucaultiana, nella consapevolezza che è bene diffidare tanto della lettera quanto dello spirito se questi rispondono a urgenze che non sono più le nostre e se, proprio perché scaturiti dal baluginio transitorio di queste ultime, nascono sempre già postumi.
[Dall’Introduzione di Giovanni Mascaretti e Lorenzo Petrachi]