Georg W. Bertram è professore di filosofia alla Freie Universität di Berlino, di cui è anche vicepresidente. In italiano sono disponibili: Arte. Un’introduzione filosofica (Torino 2008), L’arte come prassi umana. Un’estetica (Milano 2017). Insieme ad Alessandro Bertinetto ha curato Il bello dell’esperienza. La nuova estetica tedesca (Milano 2016).
È da tempo calato il silenzio filosofico intorno alle questioni del comprendere. Mentre la filosofia analitica domina in molti luoghi il palcoscenico filosofico e gli eredi del pensiero strutturalista-fenomenologico trovano risonanza soprattutto nei cultural studies, si ha l’impressione che la riflessione sul comprendere umano, un tempo radicata nell’ambito dell’ermeneutica, sia più o meno scomparsa dalla scena. Almeno così parrebbe osservando che le grandi linee della tradizione ermeneutica, che hanno fortemente segnato la filosofia nella seconda metà del XX secolo, oggi non trovano una seria prosecuzione. Sebbene le loro filosofie ricevano ancora una certa considerazione, al momento il pensiero di Hans-Georg Gadamer e Gianni Vattimo non riscontrano una continuazione sistematica. Per quanto cosiddetto Nuovo Realismo possa essere interpretato come una corrente filosofica sorta anche da scuole ermeneutiche, esso non concepisce il proprio pensiero come ermeneutico e anzi persegue la strategia di rompere completamente con il pensiero della modernità. Tuttavia, la questione dei fondamenti del comprendere umano prende le mosse proprio dalla relazione soggetto-oggetto: è quindi figlia della modernità, risultando perciò poco idonea a lasciarsela alle spalle. In questo senso, il Nuovo Realismo non può essere considerare come una riattualizzazione della riflessione sul comprendere umano.
Si potrebbe anche ritenere che questo silenzio filosofico riguardo al comprendere sia giustificato. Non è forse vero che il modo in cui in passato sono state trattate le questioni del comprendere portava con sé un problematico tono tradizionalista? E non è forse vero che nella filosofia tedesca del dopoguerra esponenti prominenti del pensiero ermeneutico (come la scuola di Joachim Ritter) abbiano coltivato proprio questo tono tradizionalista, opponendosi a sviluppi successivi del pensiero filosofico? Certamente, molti filosofi e filosofe della tradizione ermeneutica non si sono particolarmente impegnati/e per una modernizzazione del pensiero filosofico e sociale, né per una sua apertura verso altre tradizioni e contesti culturali. Tuttavia, sarebbe affrettato trarne un giudizio generale sulla riflessione filosofica intorno ai fondamenti del comprendere. E non sarebbe neppure corretto inferire dal suo silenzio attuale che tale riflessione abbia esaurito le proprie potenzialità filosofiche. Infatti, anche le tradizioni filosofiche sono soggette a fasi congiunturali e a dinamiche di potere. Può essere quindi importante domandarsi, per un verso, quali impulsi potrebbero rivelarsi produttivi per uno sviluppo ulteriore del pensiero ermeneutico e, per altro verso, in che misura un simile sviluppo potrebbe essere rilevante per affrontare le questioni filosofiche più urgenti.