Le teorie del comprendere e le teorie critiche vengono spesso intese come tra loro alternative. In questo libro Georg Bertram mostra che questa contrapposizione non è affatto necessaria. Secondo Bertram, il comprendere è intrinsecamente intrecciato con processi di critica e autocritica di carattere conflittuale. Per questa ragione, il comprendere non è qualcosa di ovvio e garantito, ma ha anzi natura profondamente improvvisativa. È una pratica ermeneutica di libertà, la cui articolazione consente di chiarire la costituzione della soggettività. Il comprendere emerge così come una pratica riflessiva e trasformativa, nella quale conflitto, riconoscimento e improvvisazione costituiscono le condizioni stesse della libertà. L’esito è un’articolata teoria ermeneutica critica del comprendere che rinnova in profondità il progetto dell’ermeneutica filosofica, mostrandone la fecondità e l’urgenza per pensare e capire in modo efficace il presente.
Dopo Arte. Un’introduzione filosofica (Torino 2008) e Arte come prassi umana (Milano 2017), appare in traduzione italiana un nuovo lavoro di Georg Bertram. Diversamente dai precedenti, questo libro non è incentrato, in primo luogo, sull’arte e sull’estetica. Il tema, piuttosto, è quello del comprendere; l’obiettivo, l’articolazione di una filosofia critica del comprendere. Ed è in questa prospettiva, ora, che anche i temi della filosofia dell’arte e dell’estetica vengono affrontati.
Una filosofia critica del comprendere; ovvero, un’ermeneutica critica: un’ermeneutica rinnovata capace di includere al suo interno l’approccio riflessivo e le esigenze della teoria critica. Questa ermeneutica, secondo Bertram, è in grado di ridar vitalità agli orizzonti concettuali configurati dall’ermeneutica sette e ottocentesca come teoria dell’interpretazione e soprattutto dalle ermeneutiche filosofiche novecentesche: Heidegger e Gadamer in Germania; Vattimo (e, aggiungiamo noi, Pareyson) in Italia; Ricœur e Lévinas in Francia. La tesi di Bertram, tuttavia, è che l’ermeneutica possa essere proficuamente rinnovata soltanto aprendola a orientamenti teorici diversi, capaci di intervenire in quelli che, secondo il filosofo tedesco, sono da considerarsi vicoli ciechi.
In particolare, Bertram individua un aspetto problematico nell’idea del comprendere come un evento, o un processo, che accade al di là delle possibilità di intervento da parte dei/lle comprendenti. Già nel primo capitolo, facendosi accompagnare dalle proposte di McDowell e Davidson, e in quelli successivi – anche attraverso l’esame critico di autori e autrici provenienti da tradizioni diverse da quella ermeneutica: Butler e Spivak, Freud e Foucault, Esposito e Honneth, Derrida e Adorno, Taylor e Cavell ecc. – Bertram argomenta che un’ermeneutica vitale debba essere capace di integrare in sé le prospettive delle teorie della soggettività – che, al di là del tema tradizionale dell’autocoscienza, hanno riflettuto criticamente sulle questioni della corporalità, del genere e del colonialismo – e debba inoltre intendere la questione del comprendere nel senso di una filosofia dell’intersoggettività in grado di render conto di quella dimensione costitutiva del conflitto per l’essere sociale cui si può rendere giustizia rendendo nuovamente operative le strutture concettuali di origine hegeliana relative alle dinamiche del riconoscimento.
[Dall’Introduzione di Alessandro Bertinetto]