Francesca Proia

Francesca Proia è laureata in Conservazione dei Beni musicali all’Università di Bologna, è coreografa, danzatrice e docente di yoga. Tutto il suo lavoro è attraversato da un percorso di ricerca volto a restituire allo yoga il suo status di inedito strumento esistenziale, per un dialogo non scontato con l’occidente e il suo pensiero. Dal 2018 fonda e dirige I vasi comunicanti, scuola che si rivolge a chi desidera fare dello yoga una forma di ricerca in quanto filosofia percettiva. Tra le pubblicazioni: Yoga. La composizione delle tecniche per una pratica viva (Roma 2022), La cattura del soffio (Ravenna 2017).

Il mio ambito di ricerca è la danza, perché sono coreografa, danzatrice, insegnante, ma lo è anche lo yoga, scoperto negli anni come un modo possibile per andare alla sorgente della questione della presenza, che nella danza, nel teatro, viene in primo piano, perché il corpo è posto in una posizione particolare: è un soggetto, ma anche in una certa misura un oggetto, ed è anche uno specchio.

Dunque, pelle, emozioni, respiro, soffio, tutti questi aspetti che costituiscono la vita: in teatro è possibile farne esperienza in un modo intensivo.

Ugualmente lo yoga è un’indagine intensiva sul tema dell’incarnazione, cioè un’indagine relativa all’essere vivente calato nella dimensione della vita. E si interroga su questa condizione cercando di allargare il più possibile i confini della contemplazione dell’esperienza dell’essere incarnati.

Lo yoga nasce come una mistica spontanea nel cercare attraverso il proprio corpo una qualche forma di contatto con qualcosa di invisibile e misterioso.

L’incarnazione, ci dice lo yoga, implica anche ciò che appare come il suo opposto, ovvero l’infinito.

L’incarnazione è in rapporto costante con l’eternità, e lo yoga predispone degli strumenti per venire in contatto con possibili esperienze di rivelazione di spazi di eternità.

Lo yoga sembra dirci che abbiamo il diritto di attingere alla dimensione dell’infinito in quanto sorgente reale di reinvenzione di sé, di riparazione, di rifondazione percettiva, e nel fare questo cerca di indicarci delle strade di integrazione con l’infinito.

Noi siamo parte integrante del gioco del reale, e lo yoga concepisce l’essere incarnati come una sorta di addensamento temporaneo entro uno status di vivente che però non ci separa mai davvero da quella radice originaria che si esprime attraverso il flusso continuo della creazione.

Lo yoga si fonda su questo: rendere nitida la questione dell’incarnazione come stato di concentrazione intensiva della vita, e parallelamente trovare quelle linee di fuga, quelle connessioni possibili con forme di eternità che ci permettono di non lasciarci esaurire dal tempo.

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