Il libro introduce lo yoga in quanto filosofia nutrita dalla percezione. Per dare evidenza a questa tesi lo yoga viene qui ricreato, passo dopo passo, con parole e immagini che provengono dall’arte contemporanea e dalla letteratura, atte a donargli un corpo vivo per custodirne l’anima antica.
Il titolo – ispirato all’opera I campi magnetici di Breton – ha dato il nome a un laboratorio permanente di ricerca nell’ambito dello yoga che l’autrice conduce da alcuni anni e in cui la pratica e la riflessione collettiva diventano i cardini di riattivazione del senso profondo delle tecniche.
Il testo si compone di nuclei progressivi di introduzione allo yoga. In ogni capitolo un diverso tema portante della filologia yogica viene abbinato alla poetica di un artista o a un’opera letteraria che si prestano a creare un graduale e multidimensionale ingresso inedito nella materia. Tra gli artisti presi in considerazione vi sono: Teresa Murak, Lothar Baumgarten, Joseph Beuys, Chris Burden, Haroon Mirza. Tra i testi: La somiglianza per contatto di Georges Didi-Huberman, Mille piani di Gilles Deleuze e Félix Guattari, Per farla finita col giudizio di Dio di Antonin Artaud, The aesthetic of breathing di Jean-Thomas Tremblay e il saggio di Anne Carson Il genere del suono.
Hatha yoga è un’espressione che delimita quell’ambito in cui le tecniche corporee dello yoga si sono venute definendo in modo via via più dettagliato, dapprima in rapporto a un ricercare-sé nel cosmo e poi, a partire dal V secolo, sempre più in simbiosi con i temi nascenti della filosofia tantrica, ovvero nel segno di una partecipazione viva alla propria incarnazione, nella piena coscienza di essere manifestazione temporanea di una matrice infinita cui ugualmente si appartiene. L’espressione hatha yoga compare per la prima volta nelle Upaniṣad (in particolare in Yogatattva, 150 d.C., datazione non certa), dove si dice che è uno dei quattro tipi di yoga, insieme a mantra yoga, laya yoga e raja yoga.
Si fa riferimento dunque alla possibilità di molteplici yoga, diversi modi di pensarlo: tra questi, il mantra yoga è uno yoga piuttosto ben connotato perché usa il mantra, inteso come particolare formula fonetica (la formula e l’alchimia fonetica come base del processo yogico); il laya è uno yoga che ha alla base una sorta di concezione filosofico-alchemica e che si sviluppa intorno al concetto di dissoluzione alchemica degli elementi costitutivi della persona, restituendoli al cosmo. Il laya yoga condivide con l’hatha yoga molti aspetti, e infatti nel tempo sarà assorbito da quest’ultimo.
Per quel che riguarda la differenza tra hatha e raja yoga, dobbiamo prendere atto di un rapporto un po’ più complesso. In Yogatattva, ai versi 24 e 25, si afferma che «L’hatha yoga è fatto di otto parti: Yama e Niyama (regole di condotta), Asana (posture), Prāṇāyāma (estensione ma anche contenimento del soffio vitale), Pratyahara (apprendere a dirigere le proprie facoltà sensoriali verso lo spazio interno), Dharana (concentrazione), Dhyāna (meditazione), Samādhi (culmine)», e al verso successivo si specifica che è fatto anche di mudrā, ed è fatto anche di mantra. Sempre nel testo, ai versi 129/131, si dice: «Chi pratica l’Haṭha yoga ottiene il Raja yoga». Dunque hatha yoga è inizialmente descritto come un apprendistato, un corpo di tecniche, mentre raja yoga coinciderebbe con “lo stato interiore indotto dalle tecniche”, uno stato in cui il “motore immobile spirituale” si manifesta in tutta la sua chiarezza.