Federica Pitillo è assegnista di ricerca in Filosofia morale presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Napoli Federico II. Dopo aver svolto il dottorato presso la Sapienza Università di Roma e la Friedrich-Schiller-Universität Jena, è stata borsista DAAD e all’Istituto Italiano per gli Studi Storici. Ha trascorso numerosi periodi di ricerca in Germania, e, di recente, ha ottenuto una Jena Excellence Fellowship. È autrice della monografia La meraviglia del barbaro. L’intelletto negli scritti jenesi di Hegel (1801-1805) (Bologna 2022), e di vari articoli sulla filosofia classica tedesca.
Con un’espressione efficace, Claudio Cesa ha scritto che, nella filosofia hegeliana, la moralità va incontro a un destino paradossale, quello cioè «di essere esposta quasi solo per essere criticata». Hegel, infatti, non presenta mai una propria concezione morale e, anzi, rifugge da ogni tentativo di formulare un insieme di norme; piuttosto egli tratta essenzialmente dei rischi impliciti nelle concezioni morali più significative del suo tempo. Certamente la distinzione tra moralità (Moralität) ed eticità (Sittlichkeit) ha contribuito ad affermare l’idea che, in fondo, Hegel non possa essere considerato un “filosofo morale”. In base al significato del termine tedesco Sittlichkeit, che può essere inteso come la morale depositata nelle norme e nei costumi, nei legami familiari, sociali e statali, Hegel è stato spesso interpretato come un pensatore che ha accolto acriticamente i dettami della tradizione e delle consuetudini sociali, lasciando all’individuo la sola libertà di uniformare e regolare la propria vita sulla realtà sussistente. Hegel avrebbe, inoltre, associato il termine Moralität alla morale universale che ha sede nella coscienza soggettiva, espressa dalla filosofia kantiana. Così la sua posizione nei confronti della morale coinciderebbe, in ultima analisi, con la sua critica della teoria morale di Kant.
Il soggettivismo e la normatività intellettuale rappresentano, nella prospettiva hegeliana, i difetti di una visione etica fondata sul soggetto come fonte autonoma del valore e del principio della libertà. In un significativo passaggio dei Lineamenti di filosofia del diritto, Hegel definisce la coscienza morale (Gewissen) come un «santuario» che sarebbe sacrilego violare, ma, al contempo, anche come «la malattia» del proprio tempo. Come curare, dunque, la malattia, se il rimedio sembra coincidere con lo stesso male? E, più radicalmente, in che modo superare le patologie che Hegel ascrive alla moralità e alla libertà soggettiva senza polverizzare il soggetto? Questi nodi teorici attraversano problematicamente la sezione dei Lineamenti di filosofia del diritto dedicata alla moralità, che è al centro di questa ricerca. Quello che Hegel restituisce, in questa parte cruciale della sua opera, è un ritratto della soggettività del suo tempo. La moralità diventa un prisma in cui si riflette, da un lato il principio della libertà soggettiva, conquista irrinunciabile della modernità, dall’altro la prosa del mondo, la frattura tra coscienza e storia, tra interiorità ed esteriorità.