Fabio Galimberti

Fabio Galimberti lavora come psicoanalista a Milano, è membro della Scuola lacaniana di psicoanalisi e dell’Associazione mondiale di psicoanalisi, docente dell’Istituto freudiano per la clinica, la terapia e la scienza (sede di Milano) e dell’Istituto superiore di studi freudiani (sede di Catania). Tra i suoi libri: Il corpo e l’opera. Volontà di godimento e sublimazione (Macerata 2015), Bion. L’esperienza emotiva della verità (Milano 2017) e Il principe nero. Don Giovanni, un sogno femminile (Milano 2019).

Che cosa vuol dire ascoltare? Che cosa è diventato l’ascolto dopo l’invenzione freudiana della psicoanalisi? E che cosa fanno uno psicoanalista e un paziente in seduta quando parlano e ascoltano? Guidato da queste domande, ho attraversato per alcuni anni la mia pratica clinica e quella di altri colleghi, muovendomi tra testi psicoanalitici, filosofici, letterari, e anche nel campo della musica, del cinema e del teatro. Mi è capitato di fare diverse scoperte nella traversata, anche dietro storie e concetti che credevo di conoscere bene.

Ma una cosa di sicuro non conoscevo o non sapevo dire bene ed era proprio il soggetto della ricerca. Ascoltare e sentirsi ascoltati fanno parte di quelle realtà della vita che tutti sembrano conoscere, senza però riuscire a definirle a parole. E come tutti, anch’io mi sono trovato a mal partito nel cercare di darne un’idea, finché mi è sembrato, poco tempo fa, di trovarne una accettabile nella nozione di intesa, che è al centro del penultimo capitolo. L’intesa è stata per me un primo approdo della ricerca, che mi ha permesso di chiarire qualcosa del mistero dell’ascolto in generale e, in specifico, dell’ascolto analitico. Quindi, benché si trovi verso la fine del libro, l’intesa è stato il punto di partenza che ha orientato il testo. Ma la scrittura si è sviluppata a ritroso, perché via via che scrivevo, chi mi leggeva ogni pagina, la mia Lettrice, commentava: “Interessante, perché non ne dici qualcosa di più?”. E, a furia di dirne qualcosa di più, come in analisi, il discorso si è allargato fino a prendere la forma attuale che non era prevista. È stato davvero “come in analisi”, una regressione amplificatrice, perché la scrittura si è allargata ed è cresciuta in modo inatteso e digressivo, oltre che riflessivo, seguendo la logica associativa del metodo freudiano. Infatti, ogni volta che mi mettevo al lavoro, mi dicevo: “Vediamo come va avanti”, interessato a scoprire che cosa sarebbe venuto fuori a ogni “sessione”, alla forma che avrebbe preso la mia voce. Scrivere dell’ascolto è diventato metterlo in atto, trarre delle conseguenze dal leggersi e dall’essere letto, dal farsi leggere. E una delle conseguenze è stata la tesi che percorre il libro, ossia che, insieme alla risonanza, è la dissonanza che specifica l’ascolto dello psicoanalista.

Sul piano stilistico, ho cercato di tenere una modalità che stimolasse l’interesse del lettore, sul piano conoscitivo ed estetico. Thomas Ogden sostiene che la «scrittura analitica è un genere letterario che implica l’unione di un’interpretazione e di un lavoro artistico» ed è «qualcosa di simile a un’esperienza analitica». Posso solo confermarlo. Mi sembra anche nella linea di Freud, che univa, meravigliosamente, teorizzazione e stile, e fin dalle riunioni del mercoledì sera a casa sua con allievi e seguaci, raccomandava di esporre in modo comunicativo, tenendo conto dell’ascoltatore, che può essere coinvolto, diceva Stekel, «solo se si riescono a presentare le cose in modo artistico».

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