C’è tanto bisogno di ascolto, si dice. Ma che cosa vuol dire ascoltare? Crediamo di saperlo: capire, entrare in consonanza, essere empatici e ricettivi, comprendere chi parla anche al di là dell’espressione verbale. Ma nella pratica clinica (e forse anche nella vita quotidiana) questa è una versione semplicistica dell’ascolto e persino fuorviante. Uno psicoanalista da quest’orecchio non ci sente così tanto, perché non ha scorciatoie o miracolose facoltà di ricezione. Avere orecchio nella cura, un orecchio tagliato per l’ascolto, è risvegliarsi dal sogno della comunicazione riuscita, è sottrarsi alla fantasia dell’unione perfetta tra parlante e uditore. È ammettere che tra i due c’è una spaccatura, incolmabile, che si rivela ad esempio nella stranezza degli equivoci, dei malintesi e dei fraintendimenti, quella spesso presente nelle opere d’arte (in letteratura, cinema o teatro che sia). Dando rilievo a questa stranezza, l’ascolto analitico non è solo consonante o risonante, ma soprattutto dissonante.
«Il silenzio è la più grande invenzione di Freud» sostenne Maryse Choisy, che nel 1924 era andata da Parigi a Vienna per iniziare un’analisi: «Mi sono fatta 1500 km – 1500 km per raggiungere la Bergasse, distendermi sul divano e non dire niente!». Anche Freud all’inizio della seduta non disse niente e i due rimasero in un «silenzio totale […] come due complici», finché quel silenzio non riempì la stanza di «strane voci». Ovviamente non erano allucinazioni, ma quello che si può sentire solo se si mette a tacere un certo modo ordinario e quotidiano di parlare.
Voci a parte, la prima affermazione di Maryse Choisy ci sorprende. Solitamente associamo Freud a un’altra grande invenzione… E poi è dubbio che il silenzio l’abbia inventato qualcuno, o almeno era dubbio prima delle parole di Maryse Choisy. Perché allora una frase, così a effetto, non solo ci stupisce, ma sembra che abbia pure un che di veritiero, che non sia una semplice boutade?
È ovvio che il silenzio è sempre inerente all’attività di parola, con la quale crea un nesso inscindibile. È così in ogni performance linguistica. Se pensiamo poi al caso dell’insegnamento, sappiamo che è programmato in base ai ruoli: c’è qualcuno che parla e qualcuno che rimane zitto (di solito qualcuno di più). A meno che, ovviamente, a un docente non venga la trovata di un nuovo metodo didattico, la mute lesson – sulla scia della composizione di John Cage, 4’ 33” – fatta di reticenza ex cathedra, con tanto di quarto d’ora accademico, entrata in aula, seduta frontale, sguardi attoniti e uscita conclusiva (forse anche anticipata degli allievi). Nicoletta Polla-Mattiot ha immaginato una situazione simile, perlomeno iniziale, in cui l’oratore (sic), il mutus orator, senza alcun imbarazzo rimira la platea aspettando non si sa che, creando così un altissimo orizzonte d’attesa, con il pubblico che si chiede qualsiasi cosa pur di darsi una qualche spiegazione di quel comportamento bizzarro. Qual è il giusto effetto immaginato dalla studiosa? Che la «disponibilità all’ascolto è totale e impaziente».
Allo stesso modo, nell’incontro analitico il silenzio diventa un’invenzione perché viene spontaneo assimilare la seduta a un momento di conversazione, in cui si dovrebbe verificare uno scambio verbale tra due individui e non una ripartizione così diversa dell’attività di parola. Anzi, questa assimilazione è così scontata che pare bizzarro metterla in dubbio. Luciana Nissim Momigliano ha scritto in proposito un articolo dal titolo significativo, Due persone che parlano in una stanza, nel quale tra l’altro ricorda come per Bion tra analista e analizzando si svolga un dialogo «che dovrebbe assomigliare alla vita reale», e dovrebbe essere a two-way affair. Però, in quel condizionale, “dovrebbe” e in quel verbo scelto, “somigliare”, è racchiuso il senso della novità freudiana, che lo stesso Bion indica parlando di «un’estensione nel regno della non-conversazione».
Qualsiasi cosa significhi, nella stanza d’analisi “la vita reale” è messa tra parentesi e, di frequente, in questa parentesi ci finisce anche l’interazione verbale consueta che dovrebbe caratterizzarla. Così, là dove dovrebbe esserci parola, la parola manca, o manca spesso, e quello che avviene non è esattamente uno scambio verbale a due vie, ma uno scambio della parola con il silenzio. Non c’è simmetria dei due interlocutori, perché uno dei due non interloquisce come ci si aspetterebbe. Quel “due”, che è contenuto nell’etimo di “dialogo”, tende a sparire in una certa interazione analitica, trasformandola in qualcosa che si avvicina di più al monologo (rispettando sempre l’etimo del termine). Così quella che sembra una conversazione comune, in realtà non lo è, le manca la bidirezionalità.
Gli scritti di Fabio Galimberti si riconoscono immediatamente per l’eleganza della scrittura, stonata rispetto a questi tempi per nulla eleganti, l’originalità dei temi affrontati, l’ampiezza di orizzonte abbracciato e la capacità di coinvolgere totalmente il lettore con una serie di argomentazioni rigorose e al tempo stesso talmente lontane dall’ovvieta’ da sorprendere a ogni pagina. Si dice che il genio è colui che riesce a collegare fatti e dati in apparenza distanti. Se è così, va riconosciuta a FG l’impronta della genialità.