Enrico Redaelli insegna Etica e filosofia della persona all’Università di Verona. Tra le sue pubblicazioni, Il nodo dei nodi (Pisa 2008), L’incanto del dispositivo (Pisa 2011) e Judith Butler (Milano 2023). Ha curato i volumi Jean-Luc Nancy e la psicoanalisi (Roma 2025), La lezione di Pasolini (Milano-Udine 2020) e, con F. Vandoni e P. Pitasi, il libro Legge, desiderio, capitalismo. L’anti-Edipo tra Lacan e Deleuze (Milano 2014). È docente di Trasformazione dei legami sociali presso IRPA e membro del centro di ricerca “Tiresia – Filosofia e psicoanalisi” dell’Università di Verona. È coordinatore editoriale della rivista Nóema e membro della redazione delle riviste Phi/Psy – Filosofia e psicoanalisi, Frontiere della psicoanalisi, Philm – Rivista di filosofia e cinema.
Un passo indietro e due avanti. La processione è un rito che, dall’antichità a oggi, da Oriente a Occidente, si caratterizza per un andamento ondulatorio. Chi porta in processione la statua della divinità dà spesso cadenza al cammino con questo ritmo: tornare indietro dona lo slancio per andare avanti.
Ma il passo indietro non è soltanto il movimento tipico di alcune cerimonie processionali. È il movimento tipico della cerimonia in quanto tale. Ogni rito inizia con un passo indietro. Si torna al passato per inoltrarsi nel futuro, si ripete un gesto primordiale perché quello attuale sia efficace, ci si appella a un modello archetipo per dare forza e sostanza all’azione presente. Questo primo passo retrocede alle radici. In alcuni riti è dunque uno sprofondare nella terra, nel baratro, negli inferi, sempre seguito da una risalita, da una rimonta, da uno slancio verso l’alto. Il moto all’indietro, o in discesa, non è però semplicemente funzionale a quello in avanti, o in ascesa. Si tratta, più precisamente, di un unico movimento ritmico. Nel rito antico la catabasi, la calata verso l’abisso, è già un’anabasi, una salita. Come lo è in senso letterale nella geografia della Divina Commedia. Gli storici delle religioni la considerano infatti un’unica mossa a elastico, in giù-in su, indietro-avanti. Come il movimento del nipotino di Freud che gioca col rocchetto, suggerisce Ernesto De Martino. O come il movimento di un torero che prende lo slancio per colpire in modo mirato, suggerisce Karol Kerenyi: «Prima di agire l’uomo antico avrebbe fatto sempre un passo indietro, alla maniera del torero che si prepara al colpo mortale».
Lo stesso movimento ritmico si ritrova anche nel mito. Ogni racconto è la ripetizione di un racconto precedente e trova senso e autorevolezza proprio in questo richiamarsi a una parola più antica, che sprofonda nella notte dei tempi. La narrazione mitologica inizia quindi sempre con un moto retrogrado verso un tempo mitico (“c’era una volta…”). Per trovare energia la parola si abbevera alla fonte. Ma questo passo indietro è già un passo avanti. Ogni ripetizione dell’origine è già sempre anche un rinnovamento, dunque un’innovazione. Si ripete, infatti, a partire dalla differenza del presente. Eterno ritorno dell’uguale: la parola originaria che torna è sempre la stessa, ma ogni volta in forme nuove. De Martino ha dedicato a questo movimento ritmico molte pagine, in diverse occasioni, sottolineando lo stretto legame tra il passo indietro e i passi avanti: «Nei miti e nelle cerimonie, e in genere nella religione considerata nel suo dinamismo e nella sua concretezza, si compie continuamente questa vicenda di ripresa e ripetizione, di catabasi e di anabasi, di fondazione e di apertura, di origine e di prospettiva».
Ma, allargando ulteriormente l’orizzonte, questo movimento ritmico, proprio del rito e del mito, è poi caratteristico della trasmissione culturale in quanto tale. Non è infatti questa la dinamica propria di ogni tradizione, di ogni memoria, di ogni gesto che eredita il passato? E non è, nello stesso tempo, la dinamica propria di ogni innovazione, di ogni creazione, di ogni gesto che inaugura il futuro? Non c’è trasmissione che non compia un passo indietro, che non si riconnetta alla tradizione in modo originale generando qualcosa di nuovo. È ciò che Kierkegaard chiama ripresa.