Enrico Redaelli, Etica del ritmo. Freud, Lévi-Strauss, Deleuze

Un passo indietro e due avanti. È questo il movimento compiuto dalla psicoanalisi di Freud, dall’antropologia di Lévi-Strauss e dalla filosofia di Deleuze. Tre discipline con oggetti di studio diversi ma tra loro inestricabili: l’uomo, la società, il mondo. Tre pratiche in cui il sapere è soltanto l’occasione di un esercizio, lo slancio per compiere un moto ritmico. In tutti e tre i casi non c’è niente da sapere, c’è solo da fare. Un passo indietro per intercettare la potenza, due avanti per rimetterla in gioco. È in questo movimento danzante che prende forma un certo modo di frequentare e praticare la psicoanalisi, l’antropologia, la filosofia. Un modo pragmatico, non dogmatico, del tutto immanente. Un’etica del ritmo.

Un passo indietro e due avanti. Il primo passo di Freud è una discesa agli inferi. La compie a più riprese e in più opere. Ma forse la discesa più significativa, più profonda, è in Al di là del principio di piacere. È quella in cui il padre della psicoanalisi arriva a scorgere qualcosa di «demoniaco». Di che si tratti, è cosa nota. O forse no. Forse è strutturalmente ignota, impossibile da conoscere, come lui stesso sembra suggerire. Dipende da come si legge il testo.

Prima di pervenire al «demoniaco» che si trova al cuore dell’opera, converrebbe infatti muovere da una domanda preliminare: come leggere Al di là del principio di piacere? Possiamo fingere che questo testo di Freud, pubblicato più di cento anni fa, sia un saggio? Possiamo leggerlo come un trattato, così come se ne scrivono da circa due millenni e mezzo, diciamo da Aristotele in poi?

Scrivere un trattato vuol dire aver isolato un argomento, aver individuato un campo dai confini già tracciati e condurre una trattazione sistematica di tutto ciò che si trova al suo interno. Siamo allora da tutt’altra parte. E non solo perché questo testo freudiano si presenta come una raccolta di appunti, una ricerca in itinere, una mera speculazione dice lo stesso autore. “Speculazione”, nella sua mentalità positivistica, suona un po’ come “chiacchiera”. Un testo, dunque, più simile a una chiacchierata filosofica che a un saggio scientifico, più vicino a un dialogo platonico che a un trattato aristotelico. A tratti sembra in effetti un dialogo di Freud con se stesso, un fluire di pensieri ad alta voce (Derrida legge l’intero testo come se l’autore lo scrivesse a se stesso in un loop à la Christopher Nolan).

Se non siamo dalle parti di un trattato, si diceva, non è soltanto perché il campo selezionato non è battuto per intero. Ma anche perché quel campo non ha confini già tracciati. Si potrebbe anzi leggere Al di là del principio di piacere proprio come un tentativo di tracciarne i confini. Tentativo clamorosamente fallito, come si desume dal finale, e per ragioni tutt’altro che casuali, come vedremo.

Se il campo è la psiche umana, qui Freud tenta di delinearne i limiti individuando al contempo i principi che vi operano. Come funziona l’apparato psichico, da cosa è mosso, quali leggi ne regolano l’attività? È un campo di forze sottoposte e guidate dal solo principio di piacere, come lo psicoanalista aveva teorizzato sin lì traendo ispirazione dalle ricerche di Fechner, oppure, come suggerisce il libro sin dal titolo, c’è dell’altro? Si tratta dunque di tracciare linee. Quelle che delimitano la psiche, ma anche quelle del suo funzionamento e sviluppo, compresa quella che spartisce il campo in due. Ciò che è al di qua e ciò che è al di là. Ma anche, come vedremo, ciò che è al di sotto e ciò che è al di sopra. In questo lavoro di delimitazione e spartizione il padre della psicoanalisi non segue una via già tracciata, la deve semmai tracciare facendosi strada in un territorio incontaminato.

In Mille piani Deleuze e Guattari distinguono due regimi di segni. Nel primo i segni si irradiano da un centro – una parola d’ordine, una sorta di “significante padrone” – disponendosi secondo un’organizzazione di tipo “dispotico” o “imperiale”. Nell’altro i segni, anziché sottoporsi al comando centrale, iniziano a muoversi a piccoli gruppi fuori orbita, aprendo linee di fuga e tracciando vie del tutto nuove e inaspettate. I due regimi segnici non si escludono, è possibile trovarne di misti in cui queste due tendenze convivono simultaneamente nello stesso periodo storico, nello stesso popolo, in uno stesso evento, in uno stesso autore. Tra gli esempi di regimi misti, Deleuze e Guattari citano giustappunto Freud. Se le sue opere istituiscono un sistema di segni in grado di generare ordine ma anche linee di fuga, Al di là del principio di piacere è probabilmente la sua opera più sfuggente, quella in cui i tracciati segnici escono più facilmente fuori orbita. Freud stesso qui ammette di tracciare delle piste solo per il gusto di scoprire dove portano, seguendo «una certa linea di pensiero» e sviluppandola «fin dove è possibile».

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