Emma Lavinia Bon svolge attività di ricerca presso Unipegaso e collabora con la cattedra di Estetica presso l’Università di Padova. I suoi studi includono l’estetica, con attenzione al concetto di scrittura, al simbolismo e all’architettura; la filosofia francese contemporanea; la filosofia interculturale, con particolare interesse verso le filosofie di area indiana. Ha pubblicato numerosi saggi in riviste italiane e internazionali, oltre alla monografia Il mito occidentale. Panikkar e il nostro tempo (Milano 2023).
Horror vacui. Non v’è, di tale formula icastica nell’immaginario medievale e moderno, alcuna origine certa e rassicurante. Da essa trapela un sentimento atavico: un timore panico e irrazionale che sopravvive alle più acuminate argomentazioni metafisiche, ogni volta costringendo il pensiero a elaborare, per farvi fronte, complesse architetture speculative. Il vuoto è orrifico: perciò dev’essere colmato, saturato sino alla più remota propaggine.
Le cosmogonie arcaiche cantano la nascita del mondo come riempimento o differenziazione progressivi, inevitabilmente creativi, di un vuoto primitivo, di una grande Tenebra: il vuoto è, in questo caso, uno spazio fremente e, ancorché indifferenziato e dunque “orrido”, già gravido delle forme che, per partenogenesi, esso libererà una alla volta dal suo ventre cavo. Esiodo lo chiama χάος: uno sterminato burrone dal quale sorgono i più rassicuranti princìpi cosmici – Gea, il Tartaro, Eros, e tutti gli altri. Come spiega uno scolio antico, il χάος esiodeo è «un luogo vuoto [κενός τόπος] che sta tra [μετᾰξῠ́] terra e cielo»: una ferita cosmica che divarica il dipolo originario – Terra e Cielo – dalla cui tensione prorompono tutte le cose. Il vuoto è abisso, tenebra, gola spalancata e inghiottente, ma è anche, inseparabilmente, un intervallo divaricante [μετᾰξῠ́], l’apertura di una differenza nell’indifferenziato. Tutto sorge da una divaricazione originaria, dallo spalancarsi di una diade nel vuoto.
Questo vuoto tenebroso, impenetrabile all’intelligenza e al linguaggio perché più “antico” di essi, è orrifico nella misura in cui impone la persistenza, in tutte le cose da esso generatisi, di un insopprimibile atomo d’ignoto: l’Essere offrentesi alla percezione e al pensiero, suscettibile di essere nominato, reca con sé l’inquietante enigma della propria nascita. Il vuoto incombe, sull’ordine cosmico, come il supremo tra tutti i pericoli: quello del suo riassorbimento nella voragine primitiva dalla quale era prodigiosamente emerso. Il pericolo che tutto, frantumandosi, torni laddove ha avuto principio: che il tempo possa finire.
Appoggiandosi alla solidissima invettiva aristotelica, il pensiero medievale e moderno s’impegna in ogni modo per assicurare che, tra gli enti, non vi sia la benché minima traccia di vuoto: ciò inficerebbe, infatti, la perfezione del principio dal quale essi inevitabilmente dipendono nel loro statuto ontologico e nella posizione assegnatagli nella «Grande Catena dell’Essere». «Natura non facit saltus», «natura abhorret a vacuo»: il cosmo è pieno e continuo, è una Totalità ordinata. Proseguendo nel solco aristotelico, la tradizione filosofica occidentale non ammette alcun vuoto originario “dietro” o “dentro” all’Essere: la compattezza dell’ente nel suo fondamento ne assicura la permanenza e la continuità.