Il pensiero di Jacques Derrida muove da un’intuizione fondamentale: che le strutture concettuali della metafisica sono determinate in maggior misura da ciò che occultano o rifiutano piuttosto che da quanto pretendono di affermare. Se, quindi, è vero che la metafisica occidentale è stata dominata da un persistente horror vacui, è allora necessario ammettere che in essa il vuoto è presentissimo – come se la sua inconsistenza ne rendesse impossibile la definitiva cancellazione. L’horror vacui rappresenta il rifiuto, da parte della metafisica, di scoprire la vacuità delle proprie strutture che la decostruzione porta, invece, a manifestazione. La decostruzione mostra, in altri termini, la persistenza del vuoto nella divaricazione differenziante sempre in atto all’origine di ogni cosa. Il vuoto è immanente alle cose in quanto insistenza, in esse, della loro originaria infondatezza. Tale complicità tra vuoto e differenza è articolata, all’interno di questo libro, in un itinerario che muove dal vuoto democriteo alla kenosis mistica, giungendo infine alla śūnyatā, la vertiginosa vacuità che, nella tradizione buddhista, è il centro vuoto, centripeto e centrifugo, di ogni esperienza mondana.
Piuttosto che essere una filosofia di qualcosa, la decostruzione è qualcosa che accade alla filosofia. La filosofia si decostruisce: essa è internamente – e ab origine – lacerata dal vuoto che ritiene di aver cancellato. La decostruzione della metafisica ne esibisce, cioè, la fondamentale vacuità: essa rivela, sotto l’allucinogena cortina del senso, più in profondità dei fondamenti del pensiero, un vuoto abissale. Serrato in questa cavità primordiale e sterminata, dalla quale non ha scampo se non nell’elaboratissima illusione del fondamento che esso ordisce mediante il gioco dei segni, il pensiero si svuota del proprio voler-dire: invero, esso «non vuole dire nulla». La metafisica pensa nel vuoto: in esso pone il fondamento del suo pensare, il suo cominciamento, che è dunque ultimamente non-fondato, sospeso su di un abisso. Disoccultando il vuoto sfondo del pensiero, Derrida sviluppa una riflessione ambiziosamente protesa in direzione di una ricollocazione complessiva dell’intero svolgimento storico-speculativo del pensiero occidentale. Tale rivolgimento coinvolge, fondamentalmente, il rapporto tra linguaggio e scrittura. Un rapporto che, lo si vedrà, riguarda da vicino lo statuto antimetafisico del vuoto.
Occorre, per fare chiarezza, riportare per esteso alcuni passaggi cruciali del capitolo inaugurale di Della grammatologia:
Ora, con un movimento lento la cui necessità si lascia appena percepire, tutto ciò che da almeno una ventina di secoli tendeva e infine perveniva a raccogliersi sotto il nome di linguaggio, comincia a lasciarsi deportare o almeno riassumere sotto il nome di scrittura. Per una necessità che si lascia appena percepire avviene come se, cessando di designare una forma particolare, derivata, ausiliaria del linguaggio in generale (che lo si intenda come comunicazione, relazione, espressione, significazione, costituzione del senso o pensiero, ecc.), cessando di designare la pellicola esterna, il doppio inconsistente di un significante maggiore, il significante del significante, il concetto di scrittura cominciasse a debordare l’estensione del linguaggio. In tutti i sensi di questa parola, la scrittura comprenderebbe il linguaggio.