Elsa Pezzuti (L’Aquila 1999) è laureata in Filosofia all’Università degli Studi dell’Aquila. Henri Michaux. Il Tachisme è il suo primo libro.
A Henri Michaux non piacevano affatto le foto. Refrattario, si lasciava inquadrare a stento, schivava la messa a fuoco, diffidava della cattura documentaristica e medusea dell’obiettivo. Le foto peccano infatti di fedeltà, di testimonianza, di indicalità. Sono impronte troppo puntuali, spie troppo indiscrete dell’esistenza. Indizi, certificazioni, passaggi immortalati, mortificazioni del passare. Con lo scatto qualcosa non passa, fa perno, fa attrito, sporge. Tutte eventualità da escludere per Michaux, e da escludere se a Michaux vogliamo accostarci. Che la spaesata prossimità, e non la coincidenza, sia la postura da assumere per tale avvicinamento. Che non si trattenga nulla e tutto coli, che tutto proceda e niente ristagni. A Michaux si arriva soltanto mancandolo, sbagliando la mira, tergiversando. Vi si arriva perifericamente, imitando l’andatura claudicante dei suoi acquerelli, la germinazione spontanea dei suoi inchiostri, l’azzardo con cui sul foglio fanno spazio facendosi spazio, sperimentano, sgusciano via, s’incrostano del loro stesso sottrarsi. È alla loro deambulazione creativa, al loro modo di improvvisarsi, differenziarsi e variare che dobbiamo ispirarci per la profilatura di un autore che, incollocabile, fa della scrittura una pittura, della pittura una scrittura e, ancora, della pittura un cinema. Michaux atmosferico, disorientante, tachiste tanto quanto la sua arte. Assumiamo acquarelli e inchiostri come procedure per una ritrattistica alla sua altezza, come logiche che intessono la disseminazione scomposta ed eterogenea della sua produzione artistica, come ritmiche che governano lo stato di variazione in stato di variazione cui sottopone la parola, i gesti, le cose, e se stesso.

