Eduard Hanslick

Eduard Hanslick (1825-1904) è stato un critico musicale e musicologo austriaco. Durante gli studi universitari collabora come critico musicale con la «Wiener Musik-Zeitung» e la «Neue Freie Presse» di Vienna. Dal 1856 al 1895 insegna storia ed estetica musicale all’Università di Vienna. A lui sono dedicati i Sedici valzer op. 39 di Brahms (1865) per pianoforte a quattro mani.

Quasi senza eccezioni, sino ad oggi l’estetica musicale è proceduta basandosi sopra un equivoco: essa cioè non si occupa tanto di indagare che cosa sia bello nella musica, quanto di rappresentare i sentimenti che questa suscita in noi. Tali ricerche corrispondono completamente al punto di vista di quegli antichi sistemi estetici, che consideravano il bello soltanto in rapporto alle sensazioni da esso risvegliate, e dai quali, come è noto, anche la filosofia del bello fu battezzata figlia della sensazione (αἴςϑησις).

In sé e per sé antifilosofiche, queste estetiche, applicate alla più eterea di tutte le arti, acquistano senz’altro un certo carattere sentimentale, che, se manda in sollucchero le anime belle, è ben poco in grado di illuminare chi sia desideroso di apprendere. Colui che cerca di sapere qualcosa sull’essenza della musica desidera appunto di uscire dall’oscuro dominio del sentimento, e non di esservi continuamente rimandato, come gli succede leggendo la maggior parte dei trattati.

L’impulso verso una conoscenza il più possibile obbiettiva delle cose, che nella nostra epoca agita tutti i campi del sapere, deve necessariamente toccare anche l’indagine del bello. Quest’ultima potrà seguirlo soltanto abbandonando un metodo che parte dal sentimento soggettivo per ritornare, dopo una poetica scorsa per tutta la periferia dell’oggetto, di nuovo al sentimento. L’indagine del bello, se non vuol divenire affatto illusoria, dovrà avvicinarsi al metodo delle scienze naturali almeno tanto da tentare di cogliere le cose nel loro nòcciolo e di ricercare che cosa in esse vi sia di duraturo, di obbiettivo, una volta che si prescinda dalle mille diverse e mutevoli impressioni.

La poesia e le arti figurative sono molto più avanti della musica nella loro indagine e motivazione estetica a questo riguardo. I loro esteti hanno per la maggior parte ormai abbandonato l’illusione che l’estetica di una determinata arte si possa ricavare da un puro e semplice adattamento del concetto generale metafisico del bello (il quale in ogni arte subisce una serie di nuove differenziazioni). La servile dipendenza delle estetiche particolari dal supremo principio metafisico di un’estetica generale va sempre più cedendo di fronte alla persuasione che ogni arte vuol essere conosciuta nelle sue proprie particolarità tecniche e compresa in se stessa. Il “sistema” va a poco a poco cedendo il posto all’“indagine”, e questa s’attiene al principio che le leggi del bello in ogni arte sono inseparabili dalle caratteristiche particolari del suo materiale, della sua tecnica.

Inoltre l’estetica letteraria e quella delle arti figurative, come pure la loro applicazione pratica, la critica d’arte, sono solite stabilire la regola che nelle ricerche estetiche la prima cosa da prendere in esame è l’oggetto bello e non il soggetto senziente.

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