Claudia Compiani

Claudia Compiani, psicoterapeuta in formazione presso IRPA. Svolge la sua pratica clinica con l’età evolutiva seguendo genitori, bambini e adolescenti. Di formazione filosofica, collabora con il Centro di ricerca “Tiresia. Per la filosofia e la psicoanalisi” e con la rivista «PHI/PSY.

Sotto diverse spoglie, con diverse nominazioni, fa la sua apparizione un concetto enigmatico, o meglio, un operatore concettuale comune a più autori. Casella vuota, punto cieco, macchia, posto mobile, jolly, incognita, grado zero, mana, opacità, piacere atopico, questi e altri i nomi di un concetto attorno a cui sono ruotate le riflessioni e le interrogazioni di molti pensatori che, in più domini del sapere, sono stati denotati strutturalisti e post-strutturalisti. In loro scorgiamo il tentativo di studiare la realtà attraverso le lenti della struttura, da intendersi innanzitutto come un campo in cui prendono posto soggetti, oggetti, istituzioni e discorsi che non sono assegnati e normati a priori ma che si costituiscono, prendono forma e si relazionano all’interno del campo in questione. Tale concezione si inserisce in quella linea del pensiero che ha apportato spostamenti paradigmatici ed epistemologici rispetto al modo in cui sono concepite le questioni sul senso, sulla temporalità e sul soggetto; quest’ultimo, ad esempio, non più considerato una sostanza, un’identità costituita ma un punto indeterminato, una differenza irriducibile, una significazione vuota che trova individuazione nell’ambiente simbolico di riferimento, tramite gli incontri che via via gli accadono. Eppure i post-strutturalisti, in particolare, sono tacciati di usare un linguaggio e una modalità di espressione complessa, oscura, al limite dell’astratto e del paradossale perché scavano nel movimento dialettico con cui procede il pensiero, differenziandosi così da altri filoni del pensiero che offrono alla scienza cornici teoriche più lineari e binarie. In effetti in loro si scorgono ripetuti tentativi di sondare a fondo la dinamica strutturale, ciò che la mantiene in piedi e, al tempo stesso, che le consente continue rimodulazioni. Si ostinano a trovare quel punto che fa della struttura un processo e non una gabbia di assoggettamento che chiuderebbero soggetti, oggetti ed eventi all’interno di un determinismo che li porterebbe a una sparizione, a una vera e propria morte all’interno del campo.

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