Angelo Maria Vitale

Angelo Maria Vitale è ricercatore nel Dipartimento di scienze umane, filosofiche e della formazione dell’Università di Salerno, dove insegna Storia della filosofia. È docente invitato di Storia della filosofia patristica e medievale nella Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, sez. San Luigi, di Napoli. È segretario di direzione della rivista «Filosofia e Teologia» e dirige, con Rocco Ronzani, la collana «Traditio Augustiniana» presso l’editore Nerbini (Firenze). Tra i suoi interessi vi è lo studio della tradizione platonica dal Medioevo alla prima modernità. Su questo tema ha pubblicato le monografie Il De summo bono di Girolamo Seripando tra umanesimo meridionale e tradizione platonica (Roma 2016); Da Egidio da Viterbo a Enrico Noris. Figure e temi della tradizione agostiniano-eremitana tra Cinque e Seicento (Firenze 2022); Platonicorum princeps. I commenti a Dionigi Arepagita nell’itinerario speculativo di Marsilio Ficino (Roma 2023).  Ha curato con M. Borriello il volume Princeps philosophorum. Platone nell’Occidente tardo-antico, medievale e umanistico (Roma 2016).

I dodici secoli in cui si dipana la storia della filosofia patristica e medievale rappresentano il capitolo cronologicamente più esteso della storia del pensiero occidentale. In questo lungo arco di tempo, a partire dal secolo II sino al secolo XIV, viene elaborato uno specifico modello di ragione, frutto dell’incontro tra il logos greco e il kerigma cristiano, con il quale anche la modernità e la post-modernità saranno obbligate, in modo diretto o indiretto, a confrontarsi. È il modello di una ragione che pensa se stessa come partecipazione a una originaria e inesauribile verità trascendente. Così, in una celebre pagina del De vera religione, Agostino formula il rapporto tra la ragione e la verità di cui la ragione originariamente partecipa: «La verità abita nell’uomo interiore e, se troverai che la tua natura è mutevole, trascendi anche te stesso. Ma ricordati, quando trascendi te stesso, che trascendi l’anima razionale: tendi, pertanto, là dove si accende il lume stesso della ragione». A distanza di più di sei secoli, nel solco tracciato da Agostino ma in un contesto del tutto mutato nel quale l’incidenza degli strumenti della dialettica appare decisiva, Anselmo d’Aosta «spinge innanzi quanto più è possibile sia l’argomentazione logica sia la fedeltà al desiderio di conoscenza che anima la fede». In questo modo, nel Cur Deus homo, egli esprime il rapporto tra ratio e veritas: «Le ragioni della verità sono così ampie e profonde, da non poter essere esaurite dai mortali». La verità di cui la ragione è capace – ma che quest’ultima non può in alcun modo esaurire proprio in quanto vi partecipa – è dunque una verità strutturalmente aperta, comprensiva e plurale, che accoglie in sé, in modo armonico, non soltanto contenuti logico-speculativi, ma anche teologici, morali ed estetici.

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