Andrea Raciti (Catania, 1994), ha studiato filosofia presso le Università di Bologna, Ferrara, Paris 1, e giurisprudenza presso quella di Catania. Dottore di ricerca in filosofia del diritto all’Università di Pisa e in seguito assegnista di ricerca all’Università del Piemonte Orientale, è autore di vari lavori incentrati sul problema della dialettica tra metafisica occidentale e pensiero giuridico, con speciale riferimento all’idealismo tedesco, al marxismo francese e italiano, alle teorie dello stato di eccezione e all’ontologia heideggeriana.
Necessità e accidente.
Il senso fondamentale in cui la relazione tra di essi viene intesa, quantomeno a partire da Aristotele, può e deve essere revocato in dubbio.
Diciamo «a partire da Aristotele» non perché prima di lui, ad esempio in Platone e in Parmenide, questo senso non fosse ancora vigente nel pensiero occidentale, per non dire già dominante. Bensì perché tale senso perviene alla sua massima determinatezza speculativa e alla sua più rigorosa formulazione proprio nell’ambito della filosofia prima dello Stagirita, diventando così un autentico legato che, passando indenne e rafforzatosi nel corso di più di due millenni, giunge fino alla sua più compiuta e inoltrepassabile estremizzazione, dal punto di vista della filosofia della storia e del diritto, con Hegel, e, dal punto di vista ontologico, con Emanuele Severino.
Ma qual è il contenuto del senso fondamentale del rapporto tra necessità e accidente, nella sua più determinata e rigorosa formulazione, elaborata dalla metafisica aristotelica, che attraversa e pervade l’intera storia del pensiero occidentale? Diamo uno sguardo ai libri Δ ed E della Metafisica. Per Aristotele, l’essere «in senso assoluto [to on to aplós]», «lègetai pollakòs», si dice in molti modi, ma sono quattro i significati fondamentali a cui questa pluralità può essere ricondotta: 1) l’essere accidentale (to on katá symbebekós); 2) l’essere come vero e il non essere come falso (to on hos alethés, kai to me on hos to pseudôs); 3) l’essere secondo le figure categoriali (ta schèmata tês kategorìas), come la sostanza, la qualità, la quantità, il luogo, il tempo, etc.; 4) l’essere come potenza e atto (to on dynàmei kai energheìa).
Per quanto riguarda il significato che ci interessa, quello del «symbebekós», l’accidente, Aristotele afferma quanto segue:
Accidente significa ciò che appartiene ad una cosa e che può essere affermato con verità della cosa, ma non sempre né per lo più [ou mèntoi out’ex anànkes oute hos epì tò polý]: per esempio, se uno scava una fossa per piantare un albero e trova un tesoro. Questo ritrovamento del tesoro è, dunque, un accidente per chi scava una fossa: infatti, l’una cosa non deriva dall’altra né fa seguito all’altra necessariamente; e nemmeno per lo più chi pianta un albero trova un tesoro. […] Pertanto, poiché ci sono attributi che appartengono ad un soggetto, e poiché alcuni di questi attributi appartengono al soggetto solo in certi luoghi e in certi tempi, allora tutti gli attributi che appartengono ad un soggetto, ma non in quanto il soggetto è questo soggetto e il tempo questo determinato tempo e il luogo questo determinato luogo, saranno accidenti. Dell’accidente non ci sarà quindi neppure una causa determinata, ma ci sarà solo una causa fortuita [katá to tychón]: e questa è indeterminata [toûto d’aóriston]. […] Accidente si dice anche in un altro senso. Tali sono tutti gli attributi che appartengono a ciascuna cosa di per sé [hypàrchei ekàsto kat’autó], ma che non rientrano nella sostanza stessa della cosa [me en tê ousìa onta]. Per esempio, accidente in questo senso è la proprietà di un triangolo di avere la somma degli angoli uguali a due retti.