Eccezione e Destino costituisce un’opera interamente rivolta al tentativo sistematico di dischiudere la forma stessa della domanda sull’essenza della Storia, prendendo le mosse da quel momento epigonale del pensiero occidentale rappresentato da Kojève e dalla sua fenomenologia del diritto. A partire dall’equazione kojèviana tra il Concetto e il Tempo, in quanto significato filosofico della altrimenti famigerata «fine della Storia», diviene possibile accedere all’intelaiatura della trama ontologica che sfonda la totalità temporale. Il fulcro metafisico della fine della Storia è giuridico. Ciò non comporta affatto la riduzione dell’Intero ad un singolo segmento del reale, bensì l’esigenza di tratteggiare il carattere dell’essenza del fondamento. Quest’ultimo, oltrepassando l’opposizione tra necessità e contingenza, emerge nella forma inaudita dell’essere accidentale. Attraverso la dialettica destinale e la metafisica dell’eccezione, l’essere accidentale fa segno alla tragedia costitutiva di un fondamento infondato che, non potendo guardare alle spalle di se stesso, come tale, non allude ad altro che all’eternità dell’annientamento di tutti gli ordinamenti giuridici.
All’alba del pensiero kojèviano si dipana dinanzi a noi un fine ambiziosissimo, qual è la fondazione di un nuovo Sistema del Sapere (che però non vede ancora nella Fenomenologia dello spirito hegeliana il suo nume tutelare) basato sulla comprensione definitiva della Realtà (ovvero l’Azione umana).
In quella «decorosa Handarbeit», opera d’artigianato, di cui Kojève stesso non avrebbe voluto esagerare il ruolo, possiamo constatare come al tentativo spregiudicato di delineare i contorni di un Sistema scientifico della filosofia, di cui il diario riporta gli schemi (che sarebbero serviti per opere di futura composizione), si accompagni parallelamente il tentativo, presente addirittura sin dalle primissime righe del diario, di una comprensione essenziale del diritto.
La riflessione giuridica appare, fin da quei primi vagiti, un asse fondamentale del Sistema kojèviano e, proprio per questo, necessitante di una chiara correlazione e co-fondazione insieme alle altre parti del Sistema, tale che si può dire che l’ispirazione fondamentale della filosofia dell’in-esistente che qui si è voluta tematizzare rimane presente non solo nelle grandi opere kojèviane degli anni ’30 – abbiamo visto come ciò avvenga puntualmente ne L’ateismo e nelle recensioni “fenomenologiche” – ma, come avremo modo di vedere più avanti, anche nella riflessione giuridico-politica matura di Kojève, in specie nella fenomenologia del diritto condensata nel saggio del 1943.
Questa ispirazione fondamentale si riassume nell’essenza della libertà umana: un atto che articola in una a-relazione (relazione di una non-relazione) la co-implicazione assoluta di possibilità ed effettività, di idea e mondo, insomma, di essenza ed esistenza. In definitiva, la con-giunzione di aiòn e historìa, tale che il diritto non è altro, allora, che la rappresentazione dell’ordine eterno nel suo approssimarsi alla propria frammentazione nell’esistente, e, reciprocamente, della tensione immanente all’esistente di ex-tendersi per realizzare l’eterna essenza in se stesso: questo movimento di radicamento sradicante – dell’idea rispetto a se stessa – e di sradicamento radicante (del mondo storico nella realizzazione umana dell’idea) è ri-composto nell’e-radicamento, che mette in a-relazione il movimento epocale appena descritto – la metafisica dell’eccezione – con l’essere accidentale che lo s-fonda e ne costituisce la non-essenza. In questa dialettica del destino, la a-relazione co-implicante appare senza riserve.
Metafisica dell’eccezione e dialettica del destino come struttura bicefala s-fondata dall’essere accidentale formano insieme il senso dell’essere che si trova raccolto nelle tre sezioni dell’Esquisse d’une phénoménologie du droit. Scopo precipuo di questa ricerca è estrarre da quest’opera la sua narrazione metafisica rimasta come un residuo-giacente-sotto (hypokèimenon), e, così facendo, disoccultare il non-detto di un testo che intende resituire al diritto, e, cioè, all’interazione governata da un Terzo imparziale e disinteressato la sua possibilità in quanto Giustizia, a partire dalla in-esistenza dell’idea in cui essa Giustizia consiste.