Alessandra Scotti è attualmente assegnista di ricerca in Filosofia morale presso l’Università di Torino. È stata Research Fellow presso il CAS-SEE di Rijeka, l’IISF di Napoli e assegnista di ricerca presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II. È autrice del volume Il mondo del silenzio. Natura e vita in Maurice Merleau-Ponty (Pisa 2015) e ha tradotto e curato l’edizione italiana di Maurice Merleau-Ponty, La struttura del comportamento (Milano 2019). È membro del comitato di redazione delle riviste «S&F_scienzaefilosofia.it» e «Chiasmi International».
«Idein, eidos, idea: tutta la storia, tutta la semantica dell’idea europea, nella sua genealogia greca, lo si sa, lo si vede, assegna il vedere al sapere». Così scrive Derrida in Memorie di cieco, ricordando un fatto talmente noto, talmente sedimentato nel canone dello sguardo occidentale, da restare prevalentemente taciuto. Lungo questo testo proveremo non solo a interrogare questo nesso, ma anche ad articolare una proposta etica che vede nell’immagine la posta in gioco etica e politica della contemporaneità. L’etica del visibile è una questione interdisciplinare: è necessario far ricorso a un armamentario concettuale complesso e variegato, che spazia dalle categorie dell’arte alla semiotica, dalla fenomenologia all’antropologia, nella speranza di poter innescare un dialogo virtuoso fra esse; d’altronde, il richiamo a codici diversi è la conditio senza la quale qualcosa come un’etica del visibile non può darsi. È insito nell’idea di una nomenclatura che le categorie siano distinte e che non si dia mai sovrapposizione fra esse. Resta discutibile se questa separazione dipenda da una convenzione classificatoria o rifletta una qualche distinzione intrinseca; ad ogni modo, non sono generalmente ammessi ibridi. A tal proposito, Foucault afferma nella prefazione di Le parole e le cose che questo è il motivo per cui l’enciclopedia cinese di Borges gli suscitò una «risata che distrusse tutti i punti di riferimento familiari del [suo] pensiero».
Quando si ha a che fare con l’immagine, occorre dunque abdicare a ogni impulso da tassonomista perché l’oggetto visuale è eminentemente fluido. Così, se è vero che ogni discorso è come una violenza, una pratica vessatoria che imponiamo alle cose in nome della nostra volontà di verità, in questo caso si tratta di una violenza duplice che genera un malessere raddoppiato perché abbiamo a che fare con un oggetto filosofico peculiare, ossia l’immagine. Già Gottfried Boehm, fra i fondatori della Bildwissenschaft, affermava che l’obiettivo di questo campo di studi fosse precisamente comprendere la «logica delle immagini» (Logik der Bilder), nella sua specificità e irriducibilità alla logica predicativa del linguaggio, auspicando che al «linguistic turn» facesse seguito un «iconic turn». Riconoscendo ovvero alle immagini una capacità di produzione di senso non ascrivibile alla logica linguistica e testuale.