Che cosa significa “vedere” nell’epoca delle immagini algoritmiche e dell’intelligenza artificiale? Questo libro indaga il nesso tra visione, sapere ed etica, proponendo una riflessione sui regimi di visibilità del nostro tempo. Dalla fotografia come “presenza di un’assenza” all’immagine sintetica come nuovo spazio culturale e artistico, il volume esplora i modi del nostro guardare, mostrando come ogni immagine agisca, ovvero trasformi e istituisca mondi. In questo senso, contro il paradigma che assegna alle immagini un valore puramente cosmetico, prende forma la proposta di una propedeutica dello sguardo, capace di insegnare a distinguere, scegliere e produrre immagini significanti. In questo orizzonte, pensare il visibile diventa un gesto politico: un modo nuovo per accedere alla dimensione collettiva e costruire una cittadinanza visiva più consapevole.
Quando Deleuze interpreta la nozione di “dispositivo” in Foucault afferma che «se c’è una storicità dei dispositivi, è quella dei regimi di luce, ma anche dei regimi di enunciato». Parlare di regimi di luce significa riconoscere che un dato connubio storico e culturale si riverbera in una precisa distribuzione del visibile e dell’invisibile, che orienta il vedere e il sapere. Qual è il regime di luce della fotografia? Perché il “caso” della fotografia manifesta un peculiare interesse filosofico? La sua presenza nelle nostre vite è così ordinaria e pervasiva, che la sua dimensione ontologica tipicamente si sottrae all’analisi filosofica. Inoltre, la sfida ermeneutica è complicata dal fatto che la fotografia è in costante evoluzione: la sua egemonia come forma visuale si è accompagnata negli ultimi decenni a constanti trasformazioni tecnologiche, il suo modo di esistenza tecnico si è rinnovato più e più volte e non accenna a finire. Tali trasformazioni hanno fatto sì che il terreno ontologico della fotografia, per così dire, smottasse – soprattutto nel suo passaggio dall’analogico al digitale – facendo emergere una nuova ontologia dell’immagine fotografica, battezzata, per assenza di termini migliori, post-fotografia. E tuttavia, le innovazioni tecnologiche della fotografia non rendono conto della condizione fotografica che qui vorremmo analizzare e, in seconda istanza, se ogni filosofia dell’immagine chiama in causa un’antropologia delle immagini, allora è vero anche che ogni mutazione tecnologica affonda le sue radici in una mutazione ontologica.