Alessandra Campo è ricercatrice di estetica presso l’Università “Carlo Bo” di Urbino. Da diversi anni si occupa del rapporto tra filosofia e psicoanalisi. Recentemente la sua ricerca ha incrociato il problema del sentire nella filosofia kantiana e, da ultimo, dell’estensione della psiche. È autrice di due monografie: Tardività. Freud dopo Lacan (Milano-Udine 2018) e Fantasma e sensazione. Lacan con Kant (Milano-Udine 2020). Insieme a Simone Gozzano ha curato il volume Einstein vs. Bergson: an enduring quarrel on time (Berlin/Boston 2022).
Negel ou Spinoza di Pierre Macheray apparve nel 1979 nella collana “Théorie” creata quindici anni prima da Althusser, compagno col quale Macherey condivise, per un certo periodo, il sogno di “cambiare le cose”, di ripulire la dialettica materialista dai «rigidi vincoli del “Dia-Mat”» che la ingabbiavano e dai quali, per lungo tempo, era stato difficile liberarla. Il saggio che qui commentiamo si iscrive infatti, per un verso, in un progetto di revisione del modo di fare storia della filosofia; per l’altro, in un progetto di revisione del marxismo. Agitando «l’arma di Spinoza contro Hegel» Althusser ha lavorato per intercettare un altro Marx al fine di costruire un’altra dialettica e un altro materialismo. Macherey lo ha seguito: in francese, l’ou che lega i nomi di Spinoza e Hegel nel titolo del suo saggio significa sia aut–aut che sive, in quanto Spinoza e Hegel sono inseparabilmente legati come «il recto e il verso di uno stesso foglio di carta».
Tuttavia, alla fine di questa brillante enquête volta a esemplificare una concezione né formalistica, né evoluzionistica della storia della filosofia, è il valore dell’alternativa a prevalere: lo spinozismo è la nuova dialettica, ma nuova perché non hegeliana, non teleologica e, in fondo, neppure dialettica. Più che a un confronto tra due dialettiche, ad essere allestito in queste pagine, è un confronto tra la Dialettica e il suo altro, il Sistema e il suo altro, la Totalità e il suo altro, perché il processo cui la sostanza dà luogo, di cui è, anzi, lo stesso aver luogo, «il che c’è assoluto», è «un tutto senza chiusura» e privilegi di sorta l’immagine del quale – un’infinità di infiniti – cozza notevolmente con quella scelta da Hegel per illustrare il “suo” movimento: il cerchio di cerchi. Quest’ultima evoca un fine assieme alla sua perfezione: perfezione che è tutto il privilegio del pensiero, tutto ciò che il pensiero, divenuto Spirito da sostanza che fu, vi raggiunge.
«Un processo senza fine è l’impensabile di Hegel». Di conseguenza, è vano cercare tra queste filosofie, che si giustappongono come due discorsi autonomi organizzati formalmente a partire da un principio di coerenza interna, la somiglianza globale di un senso comune attraverso cui si manifesterebbe un’identità o una convergenza: l’incontro di Hegel con Spinoza è avvenuto sotto il segno di uno «straordinario fraintendimento», e ciò sebbene sia scorretto considerarli del tutto irriducibili ed estranei. Anzi, secondo Macherey l’interpretazione che Hegel dà di Spinoza è istruttiva proprio perché poggia un «colossale equivoco». Gueroult, in una nota del suo monumentale studio su Spinoza del 1968, l’aveva giudicata affabulatrice: l’incomprensione – spiega – è il suo tratto patente, e coloro che la riprendono «non fanno che proiettare nella dottrina di Spinoza tutto un mondo di concetti nati altrove e che non hanno alcun rapporto con essa».
Lo Spinoza di Hegel, secondo Gueroult, è irriconoscibile perché misconosciuto. Ma Macherey è comunque convinto dell’opportunità di cercare, tra le due riflessioni, quei punti di intersezione singolari che spiegano «il sentimento di estranea familiarità che prova ogni lettore hegeliano di Spinoza e ogni lettore spinoziano di Hegel». Nonostante i due non percorrano la stessa strada, i loro cammini si sono incrociati avvicinandosi in alcuni momenti per poi allontanarsi seguendo direzioni decisamente opposte. Ed è proprio questa divergenza dalla e nella convergenza che Macherey si prefigge l’obiettivo di illuminare ribaltando, sotto più di un aspetto, la tesi sostenuta da Althusser nei suoi Elementi di autocritica: Spinoza non è la ripetizione, ma la confutazione anticipata di Hegel perché, più che non essere “ancora dialettico”, Spinoza non lo è già più.