Silvia Conti

Silvia Conti (1995) è cultrice della materia in Filosofia morale presso l’università LUMSA di Roma, dove ha conseguito un dottorato di ricerca nel 2024. A seguito di uno studio sulla riflessione morale di Iris Murdoch, di cui il presente volume rappresenta l’esito, si occupa attualmente di questioni concernenti la virtue ethics, la care ethics e l’esemplarismo morale.

Nella prefazione al suo testo L’immaginazione e la vita morale, la filosofa americana Cora Diamond menziona una frase di William James: «La mente che teorizza tende sempre alla semplificazione eccessiva dei suoi materiali». In tali parole Diamond scorge una profonda risonanza con la riflessione di Iris Murdoch, eclettica filosofa e romanziera attiva nel secondo Novecento: la pensatrice anglosassone manifesta, a suo avviso, una sentita vocazione per l’ordinario, una propensione speculativa a considerare la vita morale nelle sue forme variegate e complesse, deplorandone ogni tentativo di riduzione o di semplificazione.

La suggestione offerta da Diamond pare particolarmente propizia per avvicinare gli scritti filosofici di Murdoch poiché gli stessi sono occasione per il lettore di rammentare «la grande e sorprendente varietà del mondo». Al cuore del suo mandato speculativo Murdoch pone il carattere infinitamente elusivo della realtà, e la convinzione che la teoria, quando tenta di offrire risposte univoche a fenomeni articolati e complessi, ne semplifica i dettagli e la varietà. È dunque l’appello di un ritorno alla realtà a costituire il Leitmotiv prioritario nel pensiero di Murdoch: un tale auspicio si rende chiaramente intelligibile qualora si consideri il clima filosofico e culturale entro il quale l’autrice matura le proprie idee, quello accademico di Oxford nella seconda metà del Novecento. In quegli anni la filosofia morale analitica si approssimava sempre più strettamente alla logica, abbracciando l’idea di studiare la moralità nel suo uso linguistico, tramite l’analisi e il rinvenimento di specifiche regole formali. È precisamente tale approccio, esemplificato nella corrente del positivismo logico prevalentemente da Richard M. Hare, che Murdoch contrasterà assieme ad altri colleghi di Oxford, quali Elizabeth Anscombe, Philippa Foot, Peter Geach, Mary Midgley e Bernard Williams: pur elaborando prospettive diverse tra loro, tali autori condivideranno il medesimo proposito di allargare una comprensione della moralità oltre un piano esclusivamente linguistico-formale.

Il presente lavoro muove precisamente dall’idea che Murdoch abbia saputo incoraggiare e promuovere un «rinnovato senso della difficoltà e [della] complessità della vita morale», soprattutto rispetto al tema della libertà umana. Quello della libertà del volere (free will) è stato definito da alcuni «il più frustrante e ostinato dei problemi», da altri «uno dei più vecchi, più controversi, e più difficili argomenti in filosofia»: si tratta di un concetto la cui ampiezza e il cui grado di problematicità ne fanno indubbiamente un unicum nella storia del pensiero occidentale. La lezione che Murdoch lascia in dote rispetto a una questione tanto estesa e dilemmatica riguarda il sistematico fraintendimento di cui la libertà è stata oggetto entro parte significativa della speculazione contemporanea: «Per scopi politici – scrive l’autrice – siamo stati incoraggiati a pensare a noi stessi come a esseri totalmente liberi e responsabili, esseri che sanno tutto ciò che hanno bisogno di sapere per raggiungere gli scopi della loro vita». Secondo Murdoch, la teoria politica moderna, animata dalla difesa dei diritti naturali e delle libertà individuali, ha permesso di affermare un’accezione formale della libertà, intesa come diritto da accordare egualmente e immediatamente a chiunque, per il semplice fatto di essere umano, ponendo così le fondamenta delle attuali democrazie liberali (emblematico in proposito il primo articolo della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”). Una valorizzazione politica e formale della libertà muove da un’importante finzione metodologica, che permette di prescinde da particolarismi personali e situazioni contestuali, statuendo in modo primo e incondizionato l’eguaglianza e la libertà di tutti individui in quanto soggetti di diritto. Secondo Murdoch, è precisamente una tale concezione liberale della libertà, preziosa e imprescindibile a livello formale, che avrebbe subito un’indebita estensione oltre l’ambito giuridico-politico di sua pertinenza.

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