Alfredo Pio Di Tore

Alfredo Pio Di Tore è professore di Media Education all’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale. Il suo perimetro di ricerca indaga le relazioni tra educazione, corporeità e tecnologia, soglia attraverso cui passano le forme di elaborazione – Gender studies, Critical Race studies, studi di natura postcoloniale, studi sulla disabilità, Cyborg Studies – che mettono in discussione il concetto di uomo elaborato dall’umanesimo moderno, superando l’antropocentrismo quale marchio di fabbrica dell’occidente.

Alla sua morte, Guy Debord era già morto. Questa, almeno, la tesi, per certi versi condivisibile, sostenuta, all’indomani del suicidio di Debord, dai Luther Blisset. Era morto al punto da essersi guadagnato il nome di Guy The Bore. Un paradosso voluto ed appropriato, perché, per Debord, «la noia è sempre controrivoluzionaria. Sempre». Tutto sommato, ai fini di questo lavoro, poco importa se Debord, negli ultimi anni della sua vita, si sia trasformato o meno nella rancorosa Cassandra descritta dai Blisset. Ancor meno importa della lettura banalizzante, denunciata dai Blisset, del situazionismo, che addirittura avrebbe portato a leggere le intuizioni di Debord come una involontaria profezia della discesa in campo di Silvio Berlusconi. È – quella banalizzante, riduzionista, prêt-à-porter – una lettura che tocca in sorte ai testi sacri. E, a difendere, senza che essi ce l’abbiano chiesto, i testi sacri dalle letture altrui si rischia di trovarsi rintanati con un kalashnikov e un paio di capre (e una efficientissima connessione a internet) in qualche grotta del Pamir. O, peggio, nella redazione di qualche giornale autoproclamatosi di sinistra, senza neanche le capre e la connessione. Meglio tornare, allora, all’eredità di Debord, al netto delle polemiche o delle santificazioni che, in pari misura, rischiano di disinnescare «una teoria critica che attaccava direttamente la forma-merce e un modo di produzione che ha trasformato ciascuno di noi in un protervo medium di regime». Perché Debord, nel 1967, intuisce come finirà il suo secolo, e come si aprirà il successivo. E non in virtù delle sue doti di Cassandra, quanto piuttosto della sua capacità di metabolizzare Hegel e Marx, Lautréamont e Rimbaud, di elaborare da lì una sintesi ed un progetto originalissimo, di aprire la strada a Malcom McLaren e Baudrillard. Che poi quel progetto si sia compiuto, che potesse compiersi o no, riguarda chi vi fu coinvolto, o chi ha velleità storicistiche. Qui, ora, morto debord e sempre più vivo il rapporto tra individui mediato dalle immagini, il rapporto tra immagini mediato da algoritmi, conta il progetto del situazionismo: costruire situazioni.

Convinto come sono, con Manganelli, che le parole siano certamente un suono, ma non altrettanto che abbiano un significato, da pedagogista non posso non notare come i suoni su cui indugiava Debord (Costruire, Situazione) siano oggi ricorrenti nella letteratura scientifica in ambito educativo.

Ed è vicino al lessico familiare della pedagogia il Debord construens, potente, attivo (a dispetto dell’immagine della Cassandra inacidita): «inventare giochi di una nuova essenza, ampliando la parte non mediocre della vita e diminuendo per quanto possibile i momenti nulli». Se ne allontana quando indica la via per ampliare la parte non mediocre della vita: «opporre concretamente, in ogni occasione, ai riflessi del modo di vita capitalistico, altri modi di vita desiderabili; distruggere, con tutti i mezzi iperpolitici, l’idea borghese della felicità».

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