Alfonso Amendola

Alfonso Amendola è professore di Sociologia dei processi culturali presso l’Università di Salerno. È docente nel Collegio del Dottorato di Politica, Cultura e Sviluppo (ciclo XL) dell’Università della Calabria. Il suo percorso di ricerca si muove lungo un crinale tra visual studies, culture d’avanguardia, consumi generazionali, innovazione digitale e mediologia della letteratura. È Cultural manager di diversi festival, scrive sul quotidiano “Il Mattino” e collabora con la Rai.

La società dello spettacolo è la trasposizione cinematografica dell’omonimo libro, concepita come un articolato montaggio dialettico che intreccia materiali eterogenei (cinegiornali, spot pubblicitari, estratti di film) in un flusso visivo e sonoro volutamente discontinuo. L’operazione non si limita a giustapporre frammenti, ma costruisce un dispositivo critico in cui le immagini e il testo non si fondono armonicamente, bensì agiscono in una tensione costante, quasi conflittuale, volta a generare nello spettatore uno stato di attenzione vigile. Questa scelta formale risponde a una precisa intenzione politica e teorica: smascherare la natura costruita, e quindi fittizia, dello spettacolo, nel senso debordiano del termine, ovvero come rappresentazione separata che si sostituisce alla realtà e ne orienta la percezione. Il ricorso a fonti visive provenienti da ambiti differenti (l’informazione istituzionale del cinegiornale, la persuasione commerciale della pubblicità, la finzione narrativa del cinema) permette di mostrare come, al di là delle differenze di forma e contenuto, tutte partecipino a un medesimo processo di spettacolarizzazione del reale. L’uso del montaggio dialettico, mutuato in parte dalle teorie sovietiche di Ėjzenštejn ma piegato a una funzione demistificante, interrompe il flusso immersivo e costringe lo spettatore a leggere criticamente le connessioni, le contraddizioni e i sottintesi ideologici. In questo contesto, il testo scritto e la voce fuori campo non si pongono come mero commento esplicativo, ma come strumenti di contrappunto e disvelamento. La parola agisce contro l’immagine, o meglio, la scrosta della sua patina di evidenza, rivelandone la natura di costruzione sociale e culturale. Tale tensione tra parola e immagine diventa un atto socio-pedagogico implicito, poiché stimola una fruizione attiva e partecipe, in cui il pubblico non si limita a vedere, ma viene invitato a interrogare ciò che vede e a riconoscerne la struttura ideologica sottostante. Il risultato è un’opera che non si limita a trasporre un testo in linguaggio filmico, ma che fa del processo stesso di traduzione intermediale un’operazione critica, capace di mettere a nudo le modalità attraverso cui i media, nella società contemporanea, non solo raccontano il mondo, ma lo producono simbolicamente. Questo tipo di lavoro rappresenta ancora una volta un lucido esempio paradigmatico di socio-pedagogia dello sguardo. L’alternanza di immagini e testi in conflitto, la frammentazione del racconto e l’esplicito smascheramento delle convenzioni mediali agiscono come strumenti formativi che allenano alla lettura critica dei contenuti audiovisivi. Lo spettatore, costretto a ricomporre mentalmente il senso, sperimenta un atto di “visione consapevole” che può essere esteso ad altri contesti mediali e narrativi, rafforzando le competenze di media literacy e sviluppando un approccio riflessivo, fondamentale in una società satura di immagini e messaggi visivi.

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