Gli Studi kierkegaardiani (1938) sono considerati una pietra miliare della filosofia del Novecento, l’opera che ha di fatto introdotto il pensiero del filosofo danese Søren Kierkegaard nel panorama culturale francese, dando il via alla cosiddetta “Kierkegaard Renaissance”.
Pubblicato in un periodo in cui la filosofia francese era dominata dal razionalismo accademico e dall’hegelismo, il libro di Wahl si propone di scardinare la “tranquillità” della ragione idealista presentando Kierkegaard non solo come un teologo del XIX secolo, ma come un maestro dell’esistenza concreta, ponendolo in dialogo diretto con pensatori contemporanei come Heidegger, Jaspers e Gabriel Marcel.
Come deve rapportarsi l’individuo alla realtà? Come deve rapportarsi al tempo? Kierkegaard affronta questi due questioni in Timore e Tremore. Sono due problemi collegati e strettamente legati alla vita di Kierkegaard. Messi in relazione alla sua vita, all’individuo che era, significano: potevo sposare la mia fidanzata? Dovevo sposarla, considerando che Dio ha fatto di me, se non un prescelto, quantomeno un individuo isolato, diverso da tutti gli altri, il che avrebbe reso il matrimonio per lei infelice? Avrei dovuto sposarla quando sentivo in me, accanto ai miei sentimenti religiosi, altri sentimenti sui quali non ho sempre il controllo e che mi spaventano? Avrei dovuto sposarla quando sentivo profondamente che, nel momento stesso in cui fosse diventata mia moglie, avrebbe cessato di essere la giovane donna ideale che amavo, per prendere il suo posto nella realtà, mentre solo il suo ricordo sarebbe rimasto prezioso per me, e con esso lei, ma solo nel passato?
Kierkegaard cerca di riscoprire il carattere originario del primo instante, dell’inizio; vuole riscoprire la giovane ragazza, la fidanzata sotto la donna. È impossibile raggiungere questo obiettivo, dal punto di vista estetico, attraverso sensazioni rinnovate. Don Giovanni o Edoardo il seduttore rimarranno sempre delusi; non raggiungeranno mai il reale (e questo è ciò che il Diario del seduttore intende dimostrare). È altrettanto impossibile, almeno per Kierkegaard, arrivarci sul piano etico, con la costanza della volontà. Non resta che andare oltre le sensazioni e anche oltre la volontà, superare i limiti dell’immanenza e rischiare, avventurarsi sul piano religioso, con l’aiuto di una sorta di volontà santificata. Questo è ciò che La ripetizione e Timore e tremore lasciano intendere.
La risposta di Kierkegaard è la seguente: se ho abbastanza fede, se sono veramente degno di Abramo, il padre della fede, sì, posso sposare Regine. Posso rinunciare a lei e, per qualche incomprensibile miracolo, Dio me la restituirà. Questo matrimonio sarà possibile per me, come è stato possibile per Abramo ritrovare il figlio che aveva abbandonato. E il tempo stesso sarà cambiato; in modo che io sarò al di sopra del tempo ordinario, in un tempo che è maturo, ma in cui nulla passa, e in cui la giovane ragazza rimarrà presente nella donna. Ma sono Abramo? E sappiamo che Kierkegaard ha risposto “no” a questa domanda, ed è per questo che non ha sposato la donna a cui aveva dato la parola.