Finire dentro un vortice e farsene risucchiare, ci sembra una disgrazia, come inciampare su un sasso o ricevere una tegola in testa. Invece è un evento molto quotidiano, non facciamo che incontrare vortici, anche noi siamo vortici. Il vortice allaccia momentaneamente l’uno all’altro flussi che fino a quel momento si ignoravano. Dentro un vortice i flussi si rincorrono, si stringono, si sciolgono. La teoria della complessità ha scoperto nel vortice uno dei comportamenti fondamentali della materia fisica ma il vortice è una struttura energetica che riconosciamo anche nei corpi biologici, nella società e nella vita dello spirito. Per studiare l’articolazione vorticosa dell’esperienza diventa utile ripercorrere con un nuovo sguardo alcune tappe filosofiche, letterarie e artistiche: il binomio volumen-rivoluzione di Sade, la sensazione in Merleau-Ponty, la visione mescalinica di Henri Michaux, gli ideogrammi poetici di Ezra Pound, il cinema zenoniano dei fratelli Safdie. Una corrente fatta di mulinelli attraversa i corpi e le idee, le azioni e le esitazioni, gli slanci e le ricadute, è capace di formare e distruggere mondi, stringere e sciogliere i nodi di cui è fatta l’esperienza, ogni esperienza.

Rivoluzione e volumen

Il confronto di Bataille con Sade è delimitato grossomodo da due saggi: Il valore d’uso di D.A.F. De Sade – scritto nel 1932, forse 1933, pubblicato postumo – e Il segreto di Sade pubblicato nel 1947 su Critique, poi nel 1957 tra gl’interventi de La letteratura e il male. L’occasione del primo saggio è l’aspra polemica che contrappose Bataille ai Surrealisti (sono gli anni della sua militanza nei gruppi francesi della sinistra extraparlamentare, che durò fino al 1935). Il secondo saggio viene scritto durante e dopo il secondo conflitto mondiale, quando Bataille sembrerebbe allontanarsi dall’impegno politico e fare di Sade una questione estetica (questa è la ricostruzione standard che gli studiosi hanno fatto del confronto di Bataille con Sade: dall’uso politico degli anni Trenta all’interesse prevalentemente letterario del dopoguerra).

Ne Il valore d’uso Bataille se la prende con Breton e i suoi seguaci. Per loro «la vita e l’opera di D.A.F. de Sade non avrebbero altro valore d’uso che il valore d’uso plebeo degli escrementi, nei quali il più delle volte si ama soltanto il piacere rapido (e violento) di evacuarli per non vederli più». I Surrealisti guardano a Sade come i popoli primitivi al loro re, «che adorano esecrandolo e che coprono di onori paralizzandolo strettamente», un po’ come oggi gli elettori sovranisti guardano al ceto politico liberale facendone il ricettacolo fantastico e onnipotente della propria effettiva impotenza. Evacuare Sade e metterlo su un piedistallo poetico sono la stessa cosa. I Surrealisti sono «i letterati» convinti che «il valore folgorante e soffocante che [Sade] ha voluto dare all’esistenza umana è inconcepibile fuori della finzione».

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